TİK TAK, TİK TAK...

 

Illustrazione del racconto Tik tak, tik tak... (Tic tac, tic tac...) di Engin Akyürek: il protagonista assillato dalle voci che sente in mezzo alla gente e il gatto tigrato che lo aiuterà

Racconto di Engin Akyürek 

dal n. 69 di Kafasına Göre - luglio/agosto 2026 –

(Traduzione in italiano) 

C'è un rumore che accompagna ogni istante della sua vita. Un tic tac incessante, udibile solo da lui, che cresce fino a soffocare ogni emozione, ogni relazione e ogni possibilità di vivere. È da questa immagine tanto semplice quanto inquietante che prende vita "Tik Tak, Tik Tak", uno dei racconti più intensi scritti da Engin Akyürek e pubblicati sulla rivista Kafasına Göre.

Il protagonista convive fin dall'infanzia con un misterioso suono interiore che nessun medico riesce a spiegare. Anno dopo anno, quel tic tac si trasforma in un compagno silenzioso e opprimente, capace di isolarlo dal mondo e di spingerlo verso un dolore sempre più profondo. Ma proprio quando tutto sembra perduto, un incontro inatteso cambia il corso della storia.

A occupare un posto speciale nel racconto è un gatto tigrato dagli occhi verdi, una presenza delicata e misteriosa che accompagna il protagonista nel momento più difficile della sua vita. Un dettaglio che colpisce particolarmente chi conosce Engin Akyürek: il gatto descritto dall'autore ricorda infatti Sefa, la sua amata gatta, anche lei tigrata e dagli occhi verdi. Engin non ne specifica il sesso, lasciando volutamente spazio all'immaginazione del lettore, ma è difficile non cogliere il valore simbolico di questa figura.

Engin Akyürek torna a esplorare il mondo interiore dell'essere umano, affrontando il tema della solitudine, del dolore e della ricerca di una speranza capace di farsi strada anche nel silenzio più profondo.

Potete leggere altri racconti di Engin Akyürek tradotti sul blog: 

Con un sorriso il racconto pubblicato sul terzo numero della rivista e Ses un'altra intensa riflessione di Engin Akyürek sul dialogo con il proprio mondo interiore.


Di seguito la traduzione italiana del racconto "Tik Tak, Tik Tak..." 

⸺⸺⸺⸺⸺⸺⸺

Non ricordava quando avesse sentito quel suono per la prima volta, ma la sua origine si era ormai stabilita proprio al centro del suo cuore. Era un bambino e c'erano ancora tante cose che non riusciva a comprendere. Aveva appena imparato a leggere e a scrivere. Un giorno si era svegliato e aveva sentito un rumore. All'inizio aveva riso: quel suono gli era sembrato buffo e non riusciva a credere a quella stranezza che udiva con le proprie orecchie. Era andato a scuola, pensando che sarebbe passato come un mal di pancia. Ma non era passato... Quando rimaneva solo con sé stesso, sembrava quasi che quel tic tac si affievolisse. Eppure continuava a esserci una voce che risuonava dal profondo, dall'angolo più remoto del suo essere. Avrebbe voluto avere paura, ma non ci riusciva; quel suono aveva un ritmo diverso da quello dell'orologio appeso al muro. La voce che portava dentro di sé sembrava parlare, come se stesse cercando di raccontargli qualcosa.

Raccontò ai suoi genitori ciò che gli stava accadendo. I medici lo visitarono da cima a fondo; gli fecero esami, radiografie. Fu tutto inutile: un tentativo vano, uno sforzo senza risultati. Non riuscirono né a formulare una diagnosi né a trovare una cura capace di porre rimedio a quel misterioso fenomeno. «È una cosa psicologica, passerà. Sarà stato lo stress, sono cose che succedono», gli dicevano.

Ogni volta che usciva di casa e si mescolava alla gente, il tic tac si faceva sempre più intenso, fino a trasformarsi in un ronzio che riecheggiava dentro di lui. Quando qualcuno gli parlava, cercava di capire ciò che gli stava dicendo leggendogli le labbra. Non era un'abilità che avesse acquisito come un talento: era il metodo che aveva trovato per riuscire a vivere e a comunicare. L'intensità di quel tic tac variava da una persona all'altra: a volte il rumore riecheggiava con una forza tale da assordarlo, altre ricordava semplicemente il suono di un orologio a carica. Era come se dentro di lui ci fosse una fabbrica: gli ingranaggi di una macchina si incastravano gli uni negli altri e, a ogni movimento, i suoi organi cambiavano posto. Lo sguardo di alcune persone, un odore che loro stessi non percepivano, sembravano determinare il ritmo di quel tic tac.

Così come il tic tac aveva continuato a battere incessantemente, anche il tempo aveva continuato a scorrere e, anno dopo anno, lui aveva cominciato ad abituarsi a quella condizione. Dal momento in cui aveva sentito quel suono, era come se fosse stato colpito da una maledizione. Non era mai riuscito né a frequentare la scuola con regolarità né a imparare un mestiere. Appena usciva da scuola, correva a casa e, senza nemmeno cambiarsi, appendeva in un angolo il tic tac che portava dentro di sé. Entrato nella sua stanza, riusciva almeno a sopportare quel suono sommesso che proveniva dal profondo e somigliava a un ronzio nelle orecchie.

Quel brusio incessante era ormai diventato la colonna sonora della sua vita. Si innamorò e cercò di dichiarare i propri sentimenti, ma le voci dentro di lui non glielo permisero. Ogni volta che incontrava qualcuno, ogni volta che provava ad avvicinarsi a una persona capace di scaldargli il cuore, non riusciva a pronunciare una sola parola. Qualunque cosa gli dicesse chi aveva di fronte, l'unica cosa che sentiva erano le voci dentro di sé.

Terminò il liceo a fatica e partì per il servizio militare. Persone che non conosceva, un luogo diverso... forse gli avrebbero fatto dimenticare quella voce che aveva dentro di sé. Fin dall'infanzia non aveva lasciato nulla d'intentato: aveva provato, con la speranza di trovare una soluzione, tutto ciò che gli era venuto in mente. Il primo giorno in cui entrò nella camerata pensò che sarebbe impazzito, che quel suono sarebbe esploso dentro di lui; con chiunque cercasse di confidarsi, si scontrava con uno sguardo che sembrava dirgli: “È impazzito”.

Durante il servizio militare non parlò a nessuno delle voci che aveva dentro di sé. Resistette. Ebbe la sensazione che sarebbe impazzito e sarebbe morto. Forse quel suono aveva un punto d'arrivo, un limite oltre il quale non poteva andare: aggrappandosi a quella speranza, continuò a sopportarlo, affrontandolo senza mai tirarsi indietro. Il tempo rotolò via, passò così in fretta che nella sua vita non rimase più nulla a cui potesse aggrapparsi. La cosa peggiore fu aver perso la capacità di provare emozioni.

Ogni cosa si era dissolta nella monotonia e lui si era costruito una vita dentro la sua stanza. Guadagnava qualche soldo con piccoli lavori al computer e si illudeva di essersi costruito una vita senza mai uscire di casa. La paura gli impediva persino di presentarsi ai colloqui di lavoro. Dopo il congedo aveva sostenuto qualche colloquio, ma era stato trattato come un pazzo e si era sentito umiliato. Più quei rumori aumentavano, più si isolava. Ingrassò. Pensava che mangiando sarebbe riuscito a soffocare quel suono che aveva dentro di sé. A volte sembrava persino funzionare: continuava a rimpinzarsi di tutto ciò che riusciva a fargli dimenticare quelle voci, anche solo per un po’… A trent'anni pesava centotrenta chili…

Viveva nello spazio che separava la sua stanza dal bagno. A parte i pasti che ordinava da fuori e i piatti cucinati da sua madre che, ogni tanto, gli faceva recapitare, non apriva mai la porta di casa. Altro che uscire: a volte perfino andare a letto a dormire gli sembrava una fatica. Ogni volta che si proponeva di uscire, il tic tac, rimasto silenzioso come se dormisse, bastava a sconvolgergli la mente. Con i piedi come inchiodati al pavimento, rimaneva immobile sulla soglia della porta, sudava e non riusciva a respirare.

Quel giorno indossò i vestiti nuovi che aveva appena comprato. Aveva preso una decisione: sarebbe uscito e avrebbe camminato per quelle strade in cui non metteva piede da un anno. Si fermò davanti alla porta. Forse, se fosse riuscito ad aprire la porta e uscire con un solo respiro, poi tutto il resto sarebbe venuto da sé. Aprì la porta e fece un respiro profondo. Nel momento in cui mosse il primo passo, come se fosse stato premuto un pulsante invisibile, il suono iniziò a riecheggiare non solo dentro di lui, ma anche nella casa e nella strada. Non ce la fece. Con passi pesanti tornò verso il bagno e si lasciò cadere all'improvviso nella vasca con il suo corpo appesantito.

Si spaventò per i pensieri che gli attraversavano la mente, ma ciò che lo terrorizzava non riusciva a spaventare quello che stava vivendo. Prese una lametta in mano. Non trovava dentro di sé la forza per andare avanti. Quando rientrava in casa, la voce dentro di lui diminuiva sempre, ma quella volta non accadde. Il suono cresceva dentro di lui. Il suo sguardo era fisso sui polsi: quella era la cosa che avrebbe potuto fare con il minimo sforzo; non riusciva a immaginare un'altra strada. Fece un respiro profondo, guardò i suoi polsi e chiuse gli occhi.

Oltre al suono che riecheggiava dentro di lui, sentì un altro rumore, un piccolo ticchettio. Aprì gli occhi. Nel centro del bagno si trovò faccia a faccia con un gatto tigrato che lo guardava con i suoi occhi verdi. Lasciò andare il respiro. Pensò che fosse entrato dalla porta rimasta aperta. Prima cercò di scacciarlo con la sua voce, poi con la mano che stringeva la lametta:

«Pss, vattene... dai...»

Il gatto continuava a guardarlo senza distogliere lo sguardo.

«Pss, dai, vai via... vai, gatto...»

Il gatto appoggiò la coda a terra e, senza smettere di fissarlo, disse:

«Stai bene?»

L'uomo pensò di essere definitivamente impazzito. Del resto, dopo anni in cui era stato considerato un pazzo, non si stupì più di tanto che un gatto parlasse.

«Credo di essere impazzito davvero.»

«No, no. Non sei impazzito.»

«Come sarebbe a dire?»

«La porta era aperta e sono entrato. Quindi non sei impazzito.»

«Non è il fatto che tu sia entrato... è il fatto che tu stia parlando a farmi impazzire.»

Il gatto fece una smorfia e si avvicinò un po' di più all'uomo.

«Che cosa credi di fare?»

«Mi stai chiedendo conto di quello che faccio? Ci mancava solo che anche un gatto venisse a chiedermi spiegazioni ed è successo anche questo.»

«Forse sei un po' troppo permaloso?»

Il gatto si avvicinò ancora un po'. I suoi occhi verdi erano fissi sulla lametta. L'uomo fece un respiro profondo. Mostrando al gatto la lametta che teneva tra la punta delle dita, disse:

«Non sono permaloso. Sono stanco. Sono esausto. Non riesco ad andare avanti. Perché non lo capisci?»

«Capisco che le voci dentro di te ti abbiano stancato.»

L'uomo rivolse lo sguardo verso il gatto.

«Come fai a sapere delle voci dentro di me?»

«Io lo so.»

«Che significa?»

«Il fatto che io parli non ti ha sorpreso così tanto.»

«Che cosa vuoi da me?»

«Io non voglio niente. Sei tu che non sai cosa vuoi.»

«Io non ho la forza di desiderare qualcosa.»

L'uomo respirò lentamente, chiuse gli occhi. Nella sua voce sembrava esserci una profonda accettazione.

«Non riesco a trovare una strada.»

«C'è sempre una strada.»

Senza aprire gli occhi, l'uomo sorrise:

«Io non riesco a trovarla.»

Il gatto saltò dal punto in cui si trovava fino all'angolo della vasca. Lo guardava con i suoi occhi verdi. Appoggiò la zampa sulla spalla dell'uomo e non la ritrasse. L'uomo aprì gli occhi pieni di lacrime. I suoi occhi incontrarono quelli verdi del gatto. Il gatto si avvicinò ancora un po'.

«C'è sempre una strada.»

Lo sguardo dell'uomo si immerse nell'oscurità.

Cercava di allontanare con il respiro il buio che gli era calato sugli occhi. Gli sembrò che fosse passato molto tempo. Aprì lentamente gli occhi. Davanti a lui c'erano due occhi verdi che lo guardavano. Cercò di capire dove si trovasse. Lasciò uscire il respiro che aveva trattenuto. Guardò il soffitto. Senza girare la testa, cercò di capire dove fosse, attraverso lo sguardo. L'infermiera che lo osservava con i suoi occhi verdi sistemò la flebo che aveva in mano, appendendola al suo posto. Con una voce sorridente, l'infermiera iniziò a parlare:

«Stai bene?»

L'uomo cercò di capire cosa fosse successo. Si accorse del polso sinistro e ricordò di averlo tagliato con la lametta. L'infermiera dai verdi occhi si avvicinò un po' di più a lui.

«Oggi stai meglio.»

L'uomo fece un respiro profondo. Non riuscì a distogliere lo sguardo dagli occhi dell'infermiera… Avrebbe voluto rispondere, ma prima che la voce gli uscisse, si guardò dentro e trovò un profondo silenzio. Non c'erano più i tic tac. Erano scomparsi. Percepì il canto degli uccelli all'esterno, il battito delle loro ali, il profondo silenzio della stanza. Avrebbe voluto piangere a dirotto, guardò l'infermiera.

«Le voci dentro di me non ci sono più. Se ne sono andate.»

Non riuscì più a trattenersi e iniziò a piangere. Nella stanza c'era un silenzio sereno. L'infermiera lo guardò con i suoi occhi verdi e disse:

«C'è sempre una strada.»


Engin Akyürek

⸺⸺⸺⸺⸺⸺⸺

Con "Tik Tak, Tik Tak", Engin Akyürek affronta con straordinaria delicatezza il tema della sofferenza interiore, scegliendo ancora una volta il linguaggio delle emozioni e dei simboli. Un racconto intenso che lascia il lettore con una certezza semplice, ma preziosa: anche quando il rumore sembra coprire ogni cosa, può sempre esistere una strada verso il silenzio e la speranza.


Se questo racconto ti ha emozionato, raccontaci le tue impressioni nei commenti, qui o su Instagram. Ognuno di noi può trovare un significato diverso in questa storia, ed è proprio questa una delle caratteristiche più affascinanti della scrittura di Engin Akyürek 🤍


Leggi anche: 


Il Fantasmapubblicato sul numero precedente della rivista.






Questo spazio nasce per custodire e tradurre in italiano interviste e testi di Engin Akyürek
Non per raccontare tutto, ma per scegliere ciò che merita di essere letto 💟



Commenti