Non so con chi si stesse lamentando mia madre al telefono, ma la presenza di quest'uomo di nome Salih, che alloggiava da noi da tre mesi, la stava facendo impazzire. Chi era? Perché occupava la camera degli ospiti nel nostro appartamento di tre stanze? Ricordo il giorno del suo arrivo. Era una giornata piovosa e fredda; una brina secca, nascosta tra le nuvole, aveva dipinto ogni cosa di una tonalità grigiastra. Indossava una camicia stropicciata e una giacca leggera che gli aderiva al corpo curvo. Ricordo mio padre che gli mostrava la camera degli ospiti e il corridoio, umido di gocce di pioggia. A volte parlava con i miei, mangiandosi le parole: bisognava leggere il labiale per capire cosa dicesse.
Usciva la mattina presto. Quando dormivamo, tornava silenziosamente nella sua stanza, senza mai far sentire a nessuno la sua presenza, come un fantasma.
Ogni volta che chiedevo alla mia famiglia di quest’uomo, ricevevo solo silenzio come risposta. Non l'avevo mai visto mangiare in casa, né andare in bagno o farsi la doccia. Quando tornava a casa, camminava in punta di piedi fino alla sua stanza, trattenendo il respiro. Ci eravamo incontrati diverse volte nel corridoio. Lo avevo salutato con gli occhi ancora assonnati, ma lui mi era passato accanto in silenzio ed era entrato nella sua stanza.
Ero un'adolescente e mille domande mi turbinavano nella testa. Dovevo scoprire chi fosse quell'uomo e perché vivesse in casa nostra. Usciva di casa così presto che, se solo fossi riuscito a intercettarlo, avrei potuto seguirlo e trovare le risposte alle mie domande. C'era un fantasma in casa; era come se una nube oscura calasse su di noi, nel momento stesso in cui entrava.
Non sapendo a che ora sarebbe uscito, quella notte non ho dormito. Ho fatto di tutto per rimanere sveglio: ho bevuto molta acqua, sono andato in bagno, mi sono lavato la faccia ripetutamente come se mi stessi schiaffeggiando, ho camminato avanti e indietro per la stanza e ho provato a leggere un libro... Ma il tempo si era fermato e il sonno faceva di tutto per sopraffarmi.
Verso le 5:30, si udì un debole rumore che si mosse lungo il corridoio con la sua ombra. Ero già vestito. Quando la porta d'ingresso si chiuse con un fruscio, mi misi il cappotto e uscii. Fuori regnava un freddo inimmaginabile... Con il cappotto troppo leggero e a piedi nudi, camminavo, fendendo l'aria gelida. Il suo corpo curvo sembrava salutare i lampioni, mentre la sua ombra avanzava, più dritta e imponente di lui. Non sentivo più i piedi, non sapevo per quanto tempo ancora sarei riuscito a seguirlo.
Se lo avessi chiamato... Se avessi detto "Salih" e lui si fosse fermato a guardarmi, cosa avrei potuto dirgli? Camminava così velocemente che, nonostante il freddo, ero tutto sudato e senza fiato. Con la sua andatura goffa e contorta, come faceva a muoversi così rapidamente? Era come se non stesse camminando per strada, ma fluttuasse nell'aria, sfidando la gravità, muovendosi in silenzio. Anche il sole cercava di farsi strada tra le nuvole e il cielo tinto di rosso rivelava da quanto tempo stavamo camminando. Lo seguivo da quasi un'ora e il mio corpo sudato si era oramai arreso al mio cappotto leggero.
Percorse una strada deserta ed entrò in un piccolo parco giochi per bambini, precariamente costruito in mezzo a una strada in pendenza. Non sapevo che ci fosse un parco lì. Era difficile capire perché mai fosse stato costruito un parco proprio in mezzo a una strada in pendenza. Il sole illuminava i nostri volti e il numero di persone che si riversava in strada aumentava. Trovai un posto per me all'ingresso del parco; da lì potevo sia osservarlo, sia rinfrescare il mio corpo sudato. Si sedette su una panchina e si accese una sigaretta. Aspirò il fumo profondamente. I suoi occhi, che apparivano lucidi, si lasciarono andare anche per via dell’aria fredda. Così come il suo cammino, anche il suo pianto era silenzioso.
Le lacrime rigavano la sua barba imbiancata scivolando verso il collo: non le asciugava con la mano, né mostrava alcun riflesso che facesse pensare che quelle lacrime lo disturbassero. Non capivo dove stesse guardando. Stava fissando un punto in lontananza e guardava là: era come se si stesse abbandonando alle immagini che scorrevano nella sua mente nel punto in cui guardava.
I cani randagi cominciarono ad avvicinarsi a lui e circondarono la panchina su cui era seduto. Dal modo in cui scodinzolavano e dai loro guaiti si capiva che veniva lì ogni mattina. Accarezzò la testa di ognuno di loro e parlò con loro come se stesse recitando una preghiera. Non riuscivo a sentire cosa stesse raccontando ai cani, volevo avvicinarmi un po' di più, ma non riuscivo a muovermi per la paura che mi vedesse.
Se fossi tornato a casa, mi sarei ritrovato a tavola con mio padre per la colazione. Dentro di me c'erano una paura e un'eccitazione indescrivibili: non avrei mollato la presa. Il sole era sorto, ma era come se il gelo del mattino mi fosse entrato dentro. I miei denti battevano, nel tentativo di riscaldarmi.
Si alzò dalla panchina, comprò tre bottiglie di latte e una pagnotta dal negozio di alimentari di fronte al parco. Cominciò a far bere il latte ai cani, che si erano messi in fila indiana. Li nutriva come se stesse allattando un neonato. Versava un po' di latte nella bocca del cane a cui toccava il turno, aspettava che deglutisse e poi gli accarezzava la testa. Da ogni suo gesto era evidente che lo faceva ogni mattina. Dopo aver nutrito i cani, cominciò a mangiare il pane secco, continuando a fissare un unico punto. Avevo freddo, anzi, stavo congelando... Quel pane secco che addentava mi fece venire fame. Se avessi avuto dei soldi con me, sarei andato anche io al negozio di alimentari a comprare del pane.
Si accese un'altra sigaretta e, caricandosi addosso tutto il peso della sua gobba, riprese a camminare. Avevo freddo e fame. A casa avrebbero iniziato a cercarmi. La mia unica paura era che salisse su un dolmuş (taxi collettivo) o su un autobus. Non avevo un soldo con me, quindi non avrei potuto seguirlo e tutta la mia fatica sarebbe andata sprecata. Passava davanti alle fermate dell'autobus, camminando trascinando i piedi, come se avesse voluto spazzare i marciapiedi con le scarpe.
Ero uscito di casa spinto dalla curiosità, ma adesso una paura indescrivibile si era impossessata di ogni parte del mio corpo. Lo seguivo come se fossi ipnotizzato. Camminava senza sollevare la testa da terra, sapendo perfettamente dove stesse andando. Mi trovavo in un posto che non conoscevo. Il traffico del mattino era iniziato: le persone correvano da qualche parte, in mezzo a un brusio generale. Rallentò il passo. Mi stavo avvicinando a tal punto da sentire il suo respiro fin sulla nuca, capendo che era stanco. Arrivò davanti a un ospedale. Sollevò la testa e guardò di nuovo un unico punto. Iniziai a pensare che avesse qualcuno malato lì dentro. Forse era per questo che piangeva in silenzio. Stavo aspettando che entrasse...
Quando aprii gli occhi, ero disteso sul letto ancora vestito. Per quanto avessi resistito tutta la notte, alla fine il sonno mi aveva in qualche modo sopraffatto. Volevo mettere da parte Salih e quelle immagini che avevano invaso il mio sonno profondo. Uscii dalla stanza.
In casa non c’era nessuno. A quell'ora mia madre di solito era in cucina a preparare la colazione. Avevo addosso una sensazione di leggerezza, una serenità data dal sonno profondo. Entrai in cucina e misi a infondere il tè che mia madre non aveva ancora preparato. Squillò il telefono di casa. Non volevo rispondere. Era come se il mio animo fosse ancora come addormentato, non avevo voglia di parlare con nessuno. Il telefono squillava con insistenza, quasi come se stesse aspettando una mia risposta. Risposi. Al telefono c'era mia madre, che invece avrebbe dovuto essere lì in cucina:
"Ti sei svegliato?"
"Sì, mi sono svegliato. Che succede, mamma? Dove sei?"
La voce di mia madre aveva un tono cupo, triste.
"Questa notte Salih è venuto a mancare, io e tuo padre siamo in ospedale."
Non riuscii a mettere insieme una frase. Espirando profondamente dal naso, cercai di ricordare le immagini che avevo visto la notte appena trascorsa.
"Fai colazione, vestiti e non fare tardi a scuola..."
Mentre mia madre continuava con le sue classiche raccomandazioni da mamma con voce accorata, chiusi il telefono.
Per un po' di tempo a casa non si parlò più di Salih. Alle domande che facevo non veniva data risposta. Con la sua morte, la mia curiosità era cresciuta ancora di più. Ogni giorno ripetevo insistentemente le stesse domande, aspettando che mi rispondessero. Non potendone più delle mie insistenze, alla fine mia madre lasciò andare il respiro che stava trattenendo da tempo e, preparando la colazione, cominciò a parlare:
"Salih era un lontano parente di tuo padre. Anche io ho scoperto la sua storia solo in seguito. Da giovane, Salih amava una ragazza. I due si erano fidanzati ufficialmente e stavano facendo i preparativi per il matrimonio. Saranno passati venti, forse venticinque anni da allora... Salih era andato a un matrimonio in paese. C'erano tutti i parenti, i conoscenti, i notabili del posto. Si ballava l’halay (danza tipica turca che si balla ai matrimoni), si mangiava, si beveva... Anche Salih era di ottimo umore e aveva bevuto un po' troppo. Chiunque sia stato a mettergli una pistola in mano, lui iniziò a sparare in aria e, insieme a lui, altre due o tre persone. Per via del caos e del rumore, per un po' non si capì cosa fosse successo, ma quando la musica si fermò, videro qualcuno a terra in una pozza di sangue. Era Ayşe, la fidanzata di Salih; era a terra, coperta di sangue. Un proiettile l'aveva colpita di striscio alla testa...
Lì per lì non si capì chi avesse sparato. Arrivò la polizia e subito arrestò chi aveva fatto fuoco. Ayşe fu ricoverata in terapia intensiva. Successivamente emerse che il proiettile era uscito dalla pistola di Salih. In realtà, anche Salih morì quel giorno; tuo padre mi raccontava che era un ragazzo molto intelligente e generoso, ma voleva morire. Tentò il suicidio, ma riuscirono a salvarlo.
Ayşe è rimasta inchiodata a un letto, ridotta come un ramo secco. Non parla, non vede, si limita a vegetare... Salih si prese venticinque anni di prigione. Tutti i parenti, la sua stessa famiglia si allontanarono da lui. E anche lui si isolò, non volle vedere nessuno ai colloqui. Quando è uscito di prigione, solo tuo padre lo ha cercato e gli ha chiesto se avesse bisogno di qualcosa. A noi non ha mai detto nulla. Si è scoperto che la mattina presto usciva per andare davanti alla casa di Ayşe e rimaneva lì ad aspettare per ore. Il giorno in cui è morto lo hanno trovato proprio davanti a quella casa. Ha avuto un infarto."
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