İÇİMDEKİ ÇOCUK - IL BAMBINO DENTRO DI ME
Racconto di Engin Akyürek
dal n. 5 di Kafasına Göre - dicembre 2015 –
(Traduzione in italiano)
Nel panorama dei racconti di Engin Akyürek, Il bambino dentro di me (İçimdeki çocuk) occupa un posto particolare, non solo per il tema che affronta, ma anche per la sua evoluzione nel tempo.
Pubblicato per la prima volta nel 2015 sulla rivista Kafasına Göre, il racconto presenta un’incipit sorprendentemente ricco, quasi teatrale: una lunga riflessione sugli eroi delle fiabe, sulla memoria infantile e su quel mondo immaginario che continua a vivere dentro ciascuno di noi anche nell’età adulta. Un’apertura densa, stratificata, che accompagna il lettore in una dimensione sospesa tra ironia e malinconia.
Tre anni dopo, nel 2018, Akyürek decide di includere lo stesso racconto nella raccolta Sessizlik, proponendone però una versione rivista: qui l’inizio viene notevolmente semplificato, più diretto, quasi a voler entrare subito nel cuore della storia, lasciando in secondo piano quella cornice fiabesca e riflessiva che caratterizzava la prima pubblicazione.
Questa differenza non è solo stilistica, ma cambia anche il modo in cui il lettore si avvicina al racconto: nella versione originale, infatti, l’idea dell’“eroe” e del bambino interiore prepara il terreno a ciò che accadrà, rendendo il finale ancora più significativo.
Al centro della storia troviamo un incontro apparentemente casuale: un taxi, il traffico di Istanbul, un dialogo minimo tra passeggero e conducente. Ma è proprio in questa quotidianità che Akyürek inserisce una delle sue riflessioni più intime: cosa resta di noi bambini quando diventiamo adulti? E soprattutto, quando smettiamo di riconoscerci in quel sorriso che un tempo ci apparteneva?
Un racconto breve ma intenso, capace di trasformare una scena ordinaria in un momento di rivelazione silenziosa.
Altri racconti di Engin Akyürek tradotti sul blog:
Sono caduto in un sogno inseguendo i miei sogni, il racconto pubblicato sul primo numero della rivista e Pamuk Anne, un altro delicatissimo racconto sull'infanzia, inserito anche in İsimsiz, l'ultimo libro pubblicato da Engin.
Di seguito la traduzione italiana de Il bambino dentro di me (İçimdeki çocuk)
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Scrivete una storia, il cui protagonista potrebbe anche essere un gatto randagio, ma lasciate che ve lo dica fin da ora: l’eroe di questa storia sono io…
Eroi, leggende, dicerie altisonanti che si fingono virtuose, inventate dal tempo e coniugate al "c'era una volta"… Dalle favole d’Oriente come Le mille e una notte, a Tepe Göz (mostruoso gigante con un occhio solo sopra la testa, figura centrale del mito turco, ndt) e Dede Korkut (leggendario narratore delle epopee dei turchi Oghuz, considerato il saggio protettore delle tradizioni orali, ndt), da Keloğlan (il "ragazzo calvo", eroe povero ma astuto delle fiabe popolari turche che sconfigge i potenti con l'intelligenza, ndt) fino alle rappresentazioni teatrali di un villaggio dove il capovillaggio è un cammello… E se ti annoi, a duemila chilometri di distanza si va anche da Cappuccetto Rosso a Pinocchio, da Cenerentola alla nostra croce e delizia Pollyanna…
Anche se non ce ne rendiamo conto, i nostri eroi sono loro. Chiamarla 'mente infantile' suona per qualche ragione arrogante, eppure quegli eroi, brillanti come carta patinata e ormai insinuati nella nostra indole fanciullesca, restano ancora da qualche parte dentro di noi. Sorvoliamo sul fatto che siano inventati, comunque, tutti ci sussurrano qualcosa all’orecchio. Se capiamo, è come leggere Kelile e Dimne (versione turca della celebre raccolta di favole di animali di origine indiana, utilizzata per trasmettere insegnamenti morali e politici, ndt), se non capiamo, allora pace e amen.
Ti spunta la barba, ti cresce il seno, impari piano piano, poco alla volta, e impari sempre più cose...
In seguito i colori che dipingono la tua anima si trasformano nella scena strappalacrime di un attore drammatico colto da un flashback, immersa in un tripudio di violini in sottofondo. Una volta lasciato libero per strada, grazie a un’inspiegabile teoria della probabilità, trasformi i tuoi amici e il tuo insegnante in eroi delle fiabe e, con la tua gioia fanciullesca, diventi il miglior direttore di casting del mondo. E a dispetto delle interpretazioni che sfruttano i cliché del 'cattivo', tu doti di una coscienza persino i malvagi delle fiabe.
Non appena quegli eroi diventano semplici comparse e si trasformano nella malinconia di Yeşilçam Sokağı (storica sede degli studi cinematografici a Istanbul, simbolo di un'epoca d'oro del cinema turco degli anni '50-'70, ndt), ecco che ti dicono 'sei diventato un uomo' e ti ritrovi davanti allo specchio con un rasoio in mano a schiacciare brufoli.
L’eroe di questa storia sono io e costruirò le mie frasi nel modo degno di un eroe; se raccontassi un po’ di me, le parole verrebbero fuori una dopo l’altra, senza freni. Come sapete, prima si descrive l’aspetto esteriore di un eroe, poi il suo stato d’animo. È la sfortuna di essere un eroe: l’anima viene sepolta tra la carne e le viscere, raccontata come fosse un occhio o un’unghia e al cuore viene affidata solo una responsabilità cardiovascolare.
Ma poiché l'eroe sono io, più che commettere un errore letterario, scelgo di essere educato e descrivo il mio stato d'animo.
SILENZIO.
Gli stati d’animo che portiamo dentro di noi, per alcuni possono essere messaggeri del passato, per altri del futuro.
Da un po’ di tempo credo di aver trovato un “pulsante del silenzio": lo accendo e lo spengo a intermittenza e, grazie a Dio, riesco a usarlo senza far saltare le valvole.
Nel trambusto della vita moderna, proprio come un robot da cucina di ultimo modello, riesco a sciogliermi e a scomparire silenziosamente tra i grassi del mio essere ed è una condizione che racconto solo a voi. Ma senza perdermi in chiacchiere, torniamo alla storia del mio eroe… cioè, alla mia.
È venerdì.
Di venerdì, vorrei prendere Istanbul tra le braccia, portarla nel cuore dell'Anatolia e nutrirla con latte di capra.
Chi conosce il traffico lo sa: strade e ponti, un’auto a testa, non si passa, come la fortezza di Estergon (celebre fortezza sul Danubio, storicamente contesa e simbolo di grande resistenza nelle ballate turche, ndt)…
Con la massima curiosità, fai un calcolo a tre operazioni nella testa: "Ehi, ma quando diavolo ce le hanno vendute tutte queste macchine!".
Quando c’è un'auto a testa, è inutile anche allargare le corsie del Metrobus; la Istanbul conquistata da Maometto il Conquistatore è pur sempre la stessa Istanbul dopotutto…
È venerdì, sono in un taxi. Il mio silenzio riempie l’abitacolo e aumenta di 40 centesimi a chilometro ed è un silenzio tale da poter persino zittire il motore diesel 1.4 dell’auto…
Il tassista è immerso nei suoi pensieri, non mi guarda nemmeno; sembra quasi che il viaggio lo stia facendo insieme alla sigaretta che aspira… La sua infelicità e la sua rabbia si impregnano nel sedile, nello specchietto e nel rosario accanto alla leva del cambio, ancor più che nel fumo che espira.
Premo di nuovo il mio pulsante del silenzio e apro il finestrino, affinché il tasso di ossigeno all'interno non crei gonfiore nel mio diaframma. Credo che per ogni cosa ci sia una precauzione, per un'abitudine che mi resta dalle elementari…
Quando il traffico si ferma bruscamente davanti a noi, dalle narici del tassista esce un effetto vapore che sembra quello del ferro da stiro.
“Il venerdì è così,” dico.
“Of offf…” sospira lui.
Sto per aggiungere: “Ma tanto ormai lei ci sarà abituato”, ma poi ci ripenso. Non voglio che la sua irritabilità e la sua rabbia trasformino i problemi sociali in una questione personale.
Accende un'altra sigaretta, pronunciando una frase umana come "Non ti dispiace, vero?", che aspira in un solo tiro, scambiando tutto ciò che ha dentro con la nicotina. Aspira così a fondo che il bagliore rosso della brace si riflette sui nostri visi dal vetro dell’auto. Dolori, rabbie, esperienze vissute e non vissute diventano fumo dentro di lui, penetrano nei suoi polmoni e poi vengono disperse nell’aria, come se quel fumo avesse il suono di una bestemmia tra le più feroci.
Mentre espira il fumo, il tassista borbotta:
“Magari non fossimo passati di qui, eh…”
Quel “magari” mi suona come un’accusa personale e così ripeto:
“Il venerdì è così”.
Non ricevendo risposta, inizio a occuparmi del telefono; nessuno chiama né scrive, leggo i vecchi messaggi per far passare il tempo...
Per fortuna, la monotonia del taxi viene spezzata da qualche suono: prima gracchia la radio di bordo, poi i suoi colleghi iniziano a parlottare concitati: “No, non passare di lì!”. “Ismail, dove sei…” poi lui stesso si innervosisce e accende la radio. Poiché le scritte sulla radio sono cancellate, preme a caso senza sapere bene cosa stia facendo. Sintonizza una radio assurda e avanziamo di altri 200 metri ascoltando per 15 minuti la stessa pubblicità come fosse una ninna nanna. Lo spot è così lungo che, per non far torto a nessuno, quasi mi viene voglia di essere il primo a chiamare e ordinare quell’elisir miracoloso che promettono di regalare ai primi cento ascoltatori.
A quanto pare l’elisir deve aver funzionato: il traffico si alleggerisce leggermente e il tassista, finalmente, ha l’onore di poter inserire la seconda marcia. Quando il cambio scatta dalla seconda alla terza, tutto sembra tornare a posto. Se dovesse riuscire a passare alla quarta, credo che potrei commuovermi. Ma una cosa è certa: con questo tassista, non voglio assolutamente raggiungere la quinta.
Quando il traffico si apre, è come se l'ostruzione delle nostre arterie si fosse sciolta e le nostre cellule ballassero l'halay tutte insieme (celebre danza popolare collettiva dell'Anatolia, simbolo di gioia e coesione in Turchia, ndt). Persino il tassista aspira la sua sigaretta con più calma, con più delicatezza, per non offendere le sue cellule che ballano... Il mio silenzio evapora nell’aria; il lato semplice della vita mi fa ballare l’halay, mentre le cose che prima prendevo sul serio ora fanno vibrare le corde del mio cuore con un vuoto suono di latta. Il taxi, come ogni cosa, diventa il centro di qualcosa.
Manca poco alla mia destinazione, così guardo il tassametro che segna ventotto lire. Tiro fuori dalla tasca le banconote arrotolate e, mentre le stendo per ridare forma al loro valore, noto la foto di un bambino accanto al tassametro. Dentro di me penso: "Ma da questo tipo scorbutico può nascere un bambino così bello?"
Restando nei limiti morali, penso alla madre e poi, a dire il vero, come ogni Adamo mi chiedo come sarebbe se avessi un figlio io, ovviamente solo tra me e me...
"Che bambino dolcissimo. Che Dio te lo protegga," dico ad alta voce.
"Eh?"
"Il bambino nella foto."
"Ah…" dice lui e poi sorride. Mostra di saper sorridere. "Quello sono io."
"Cosa?" esclamo io senza mostrare troppo stupore.
"Sì, sono io. Mi piace questa foto, la guardo ogni volta che mi sento soffocare, quando sono giù… Ed è anche l’unica foto che ho."
"L’unica?"
"Sì, l’unica." Superiamo la mia destinazione. Il tassametro segna trentadue lire.
"L’unica?" ripeto.
"C’è stato un errore. Mia madre ha bruciato tutte le foto nella stufa."
"Comunque ne avevo poche, quattro o cinque al massimo…"
"Mi dispiace… Meno male che almeno questa è rimasta."
"Ne ho fatte stampare altre quattro o cinque copie, non si sa mai."
"Hai fatto bene."
Ero incredulo. Come aveva fatto quel bambino dal viso bellissimo e sorridente, a diventare quest’uomo?
Forse aveva sorriso per l’ultima volta proprio in quella foto…
"Hai un bel sorriso."
Guardò la foto, stringendo il volante come se stesse afferrando per mano la sua infanzia, e poi, con un tono che chiude la conversazione, mi dice:
"Il venerdì è succede così."
"Sì… il venerdì succede così."
Vi avevo detto che il protagonista di questa storia ero io. In realtà, vi ho mentito un pochino, l’eroe di questa storia era il tassista. Mentre scendevo, guardavo di nuovo quella foto con un sorriso da dieci milioni di palloncini, e anche il tassista mi stava dando il resto di dieci milioni.
Appena sceso dal taxi, chiamo mia madre.
"Mamma."
"Dimmi, figlio mio?"
"Mi manderesti qualche mia foto da bambino?"
"Perché?"
"E che sia quella in cui sorrido."
Un racconto che, con estrema semplicità, ci ricorda quanto il bambino che siamo stati continui a vivere dentro di noi, anche quando smettiamo di riconoscerlo.
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C'è profumo di ricordi nell'aria, pubblicato sul numero precedente della rivista.

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