BU DÜNYA BİR ÇİÇEKTİR - QUESTO MONDO E' UN FIORE

 

Illustrazione del racconto Bu Dünya Bir Çiçektir di Engin Akyürek, con Çiçek e un gatto per le strade di Istanbul

Racconto di Engin Akyürek 

dal n. 70 di Kafasına Göre - settembre/ottobre 2026 –

(Traduzione in italiano) 

Un fiore può essere fragile. Può avere bisogno di cure, di acqua, di qualcuno che si accorga della sua presenza e decida di proteggerlo. E può anche appassire mentre qualcuno, finalmente, sta cercando di salvarlo.

Forse è proprio da qui che vale la pena cominciare a leggere Bu Dünya Bir Çiçektir — Questo mondo è un fiore - il racconto di Engin Akyürek pubblicato sulla rivista Kafasına Göre.

Come spesso accade nelle sue storie, Engin parte da qualcosa di apparentemente semplice: una strada di Istanbul, una giornata calda e umida, un uomo che cammina pensando alle proprie faccende quotidiane. Poi, all'improvviso, una bambina ferma la sua routine… Si chiama Çiçek.

In turco çiçek significa fiore. Un nome che potrebbe sembrare soltanto un dettaglio, ma che, andando avanti nella storia, finisce per assumere un peso diverso. Perché Çiçek non è soltanto una bambina. O forse lo è, ma proprio attraverso di lei Engin ci mette davanti a qualcosa di molto più grande. Una vita fragile. Un futuro che avrebbe bisogno di essere protetto. Una realtà che troppo spesso vediamo, riconosciamo, ci ferisce per un momento e poi lasciamo scivolare nuovamente dentro il rumore delle nostre giornate.

Mehmet, però, questa volta non passa oltre.

Si ferma. Guarda. Fa domande. Cerca di capire. E quando comprende che quella bambina potrebbe avere bisogno di lui, prova a costruire per lei un futuro, cerca di mettere tutto al proprio posto.

Ma c'è una domanda che resta sospesa durante tutta la storia: quanto tempo abbiamo prima che sia troppo tardi? Perché forse Çiçek è una bambina. Ma forse è anche qualcosa di più.

Forse è ciò che affidiamo al futuro senza sapere se il futuro avrà ancora la possibilità di accoglierlo. Forse è il mondo stesso, fragile e ferito, che continuiamo a guardare mentre ci diciamo che prima o poi troveremo il modo di proteggerlo. E forse, come Mehmet, ci accorgiamo della necessità di agire soltanto quando il tempo rimasto è ormai troppo poco.

Ed è allora che l'ultima immagine del racconto acquista una forza particolare: “Elimde bir demet çiçek - Avevo in mano un mazzo di fiori.” non è più soltanto un mazzo di fiori.

Di seguito, la traduzione italiana del racconto "Questo mondo è un fiore"

⸺⸺⸺⸺⸺⸺⸺

Le strade di Istanbul si erano strette le une alle altre in un abbraccio... Le salite che promettevano il mare volevano che respiraste l'aria umida, che il vostro corpo diventasse appiccicoso.

Ogni bellezza aveva un prezzo, e anche questa città dalle sette colline aveva, a modo suo, un'aria civettuola e capricciosa. Istanbul era una città così: aveva fatto dei gabbiani la sua colonna sonora e lasciato i gatti come ornamento a ogni angolo di strada. Una brezza leggera proveniente dal Bosforo lasciava sulle vostre labbra un piccolo bacio che rinfrescava l'aria umida e voleva che vi innamoraste della sua bellezza...

Le strade che si stringevano l'una all'altra, allargandosi, si riversavano nelle vie come due innamorati che si separano. Faceva caldo, c'era una distanza da percorrere. Mi affidavo ai miei passi per non rimanere intrappolato nel traffico di Istanbul e non volevo permettere all'aria umida di torturare la mia anima. I taxi vuoti che mi passavano davanti accostavano e suonavano il clacson, come se volessero costringermi a lottare contro la mia stessa natura,. Normalmente, a quell'ora del giorno, trovare un taxi a Istanbul era impossibile. Lo sapevo: se fossi salito su un taxi, all'improvviso il traffico si sarebbe bloccato e mi sarei ritrovato costretto a guardare, dall'interno di un taxi senza aria condizionata, le persone che mi passavano accanto a passo spedito.

Continuai a camminare; sentivo nei miei passi tutta la stanchezza e il disgusto che mi lasciavano le faccende quotidiane. Una voce, un grido che mi risultava familiare, mi fece fermare. Dall'altra parte della strada, la donna che avevo capito sarebbe venuta verso di me agitando le mani, mi faceva cenno con le mani di aspettare.

«Mehmet abi, aspetta, ti prego, aspetta.»

ll mio nome non era Mehmet, ma ogni volta che questa donna mi vedeva, gridava al mio indirizzo un nome diverso, poi si avvicinava e mi chiedeva dei soldi. Non sapevo mai quando, né da dove sarebbe spuntata. Sembrava avere un angolo tutto suo in ogni quartiere di Istanbul. Anche se non conosceva il mio nome, in qualche modo riusciva a raccontarmi i suoi problemi e a farsi dare dei soldi da me. Arrivò fino a me trascinando il suo carretto, come se fosse un'estensione del proprio corpo:

«Mustafa abi, ti prego, devo comprare qualcosa per la cena, non ho soldi.»

Era una donna bassa, magra e dall'aspetto scuro e smunto; anche se la sua voce non ispirava fiducia, nei suoi occhi erano rimaste impigliate delle cose buone. Forse ero io a volerla vedere così, forse volevo dimostrare a me stesso, ogni volta, che c'era una ragione per i soldi che le davo. La sua voce, che la faceva sembrare più vecchia della sua età, portava il peso non degli anni, ma di ciò che aveva vissuto.
Ogni volta che arrivava con il suo carretto c’era sempre con lei quel bambino, che sapevo essere suo figlio: d'estate come d'inverno andava in giro con una sottile canottiera e il nero dei suoi capelli sembrava avergli dipinto la pelle come un'ombra. Si chiamava Yılmaz, ma non conoscevo il nome della donna; più precisamente, non gliel'avevo mai chiesto. Visto che continuava a confondere il mio nome, non volevo creare ulteriore confusione inutilmente. Mentre sua madre chiedeva i soldi, Yılmaz generalmente rimaneva in silenzio e lo manteneva fino a quando non otteneva la somma richiesta.

Faceva caldo, ero diventato tutto appiccicoso persino stando fermo. Senza tirarla per le lunghe, infilai la mano in tasca e, tastando con le dita la mazzetta di banconote, ne tirai fuori quella con il maggior numero di zeri, ma lei ogni volta pronunciava la stessa frase e suo figlio indicava il market poco più avanti.

«Mustafa abi, non dare i soldi, compra qualcosa al market.»

«Ho da fare, devo andare.»

Da quasi tre anni vivevamo praticamente sempre lo stesso dialogo. A seconda dello spessore della mazzetta che avevo in tasca, continuava a insistere, voleva ottenere qualche soldo in più. Se ne stava davanti a me come una barriera, impedendomi di proseguire. Mentre cercavo di camminare, incrociai lo sguardo di una bambina che se ne stava sul marciapiede di fronte. Ci osservava e, dal suo atteggiamento e dai suoi vestiti, capivo che conosceva quella donna di cui non sapevo il nome. Non aveva lo sguardo sfrontato di Yılmaz; dall'altro lato della strada, i suoi occhi color del cielo brillavano intensamente. La donna, accortasi di chi stavo guardando, rese il tono della sua voce un po' più supplichevole:

«Mustafa abi, è la figlia di mia sorella. Suo padre è in prigione e sua madre è morta da poco. Dai una mano anche a lei.»

Era la prima volta che vedevo la bambina; era evidente che era stata appena iniziata a questo genere di cose.

«Come si chiama?»

«Çiçek, si chiama Çiçek, abi.»

La donna appoggiò a terra il suo carretto, si allungò e chiamò la bambina, prima con la voce e poi con le braccia:

«Çiçek, vieni qui.»

La donna teneva gli occhi puntati su di me, nella speranza di ottenere qualche soldo in più. Çiçek venne verso di noi trascinando i piedi; man mano che si avvicinava, i suoi occhi color del cielo si facevano nuvolosi.

«Quanti anni hai, Çiçek?»

Prima di rispondere, Çiçek guardò la donna, scrutò Yılmaz e, come se volesse raccontare qualcosa attraverso i suoi occhi color del cielo, abbassò lo sguardo verso terra:

«Ho otto anni.»

L'anima di Çiçek era danneggiata quanto il suo sguardo. Il lungo vestito a fiori che indossava non era bastato, nonostante quel caldo, a nascondere i lividi sul collo e sulle braccia. Il vestito era lungo, ma attraverso gli strappi della stoffa emergeva la pelle coperta di lividi, che si confondeva con il corpo che non veniva lavato da molto tempo. Non sapevo come comportarmi. Mi voltai a guardare la donna, come se aspettassi una risposta da lei. Non si era accorta di ciò che avevo visto, aspettava i soldi che avrebbe ricevuto. Dopo aver respirato profondamente l'aria umida, incapace di sapere cosa fare, diedi tutti i soldi che avevo in tasca a Çiçek. Senza alzare la testa, guardò i soldi che tenevo tra le mani. Non sapeva cosa fare. La donna mise da parte il tono lamentoso e passò a un tono allegro.

«Çiçek, prendi i soldi, dai. Il tuo abi Ahmet ti dà la paghetta.»

Çiçek prese i soldi con le sue mani piccole ma callose. Non sapeva cosa farne, voleva nasconderli nei palmi. Sapevo che, quando me ne fossi andato, la donna avrebbe preso i soldi e se li sarebbe messi in tasca, ma sapevo anche che dovevo andare. Volevo capire la situazione di Çiçek. Quella donna era davvero sua zia? Perché c'erano quei lividi sul corpo di quella bambina? Mi chinai e, guardandola nei suoi occhi color del cielo alla sua stessa altezza, le chiesi:

«Çiçek, vai a scuola?»

Non rispose, fece cenno di no con la testa.

«Sei mai andata a scuola?»

Questa volta mi guardò con lo sguardo vuoto.

«Sai leggere e scrivere?»

Senza aspettare che Çiçek rispondesse, la donna intervenne:

«Ahmet abi, quando suo padre è finito in prigione non ha più potuto andare a scuola, non avevano i soldi. Poi è morta anche sua madre e lei è rimasta così.»

Mi infilai tra Çiçek e la donna e, in modo che Çiçek non potesse sentirmi, le feci la domanda che dovevo farle:

«Perché questa bambina ha dei lividi sulle braccia e sul collo?»

«Mustafa abi, è una bambina molto birichina. Non lasciarti ingannare da come sta lì; litiga con tutti i bambini della strada.»

Guardai Yılmaz, come se volessi avere da lui una conferma, forse sperando di trovare qualcosa di vero nel suo sguardo. Yılmaz non si era accorto di quello che stava succedendo, oppure ero io a volerlo interpretare così; con le sue braccia scure indicava il market più avanti. La donna aveva risposto così rapidamente e senza pensarci che sembrava raccontare la stessa storia a tutti.

«Çiçek, questa donna è tua zia?»

Çiçek annuì, come per dire di sì. Il tono allegro della donna si trasformò in una melodia supplichevole:

«Ahmet abi, se vuoi vieni a casa, ti faccio vedere la sua carta d'identità. È la figlia orfana di mia sorella.»

Il caldo mi aveva inondato il corpo dalla testa ai piedi e rimasi lì, incapace di sapere cosa fare.

«Va bene, dammi il tuo numero. Chiederò anche in giro e cercherò di farle ottenere una borsa di studio o qualcosa del genere. Non può stare così, senza andare a scuola.»

La donna mi diede il suo numero di telefono con gli occhi che le brillavano. Non so quali fossero le sue intenzioni, ma mi aveva confuso; il fatto che fosse così tranquilla anche se stava mentendo, che mi avesse dato il suo numero e mi avesse invitato a casa sua, mi aveva in qualche modo rassicurato.

Gli occhi feriti di Çiçek, i lividi sul suo corpo, non mi uscirono dalla testa per tutto il giorno. Venivo messo alla prova, all'improvviso e senza essere preparato, da qualcosa che proveniva da un luogo che non conoscevo. Avevo un problema vero, che era piombato come una bomba in mezzo alle faccende, agli impegni e ai problemi quotidiani.

Per giorni mi aggrappai a quella cosa che avevo trasformato in un problema. Feci arrivare la voce ad amici e conoscenti, trovai una borsa di studio, riuscii perfino a mettere insieme un piccolo budget per cominciare. Parlavo al telefono tre o quattro volte al giorno con quella donna magra e dall'aspetto scuro di cui ancora non conoscevo il nome e avrei voluto dirle: "se stai mentendo, ti starò addosso".
Avevo un peso dentro; ovunque guardassi, c'era Çiçek, con i suoi occhi color del cielo e quello sguardo ferito. A volte chiedeva aiuto, cercava di raccontare il suo problema; altre volte, con i suoi occhi color del cielo, diceva che non c'era nessun problema. Forse ero io a volerla sentire così, forse non volevo che occupasse così tanto spazio dentro i miei problemi quotidiani.

Era tutto pronto: la borsa di studio, i soldi, la scuola che avrebbe frequentato. In una settimana avevo sistemato ogni cosa. Per le pratiche burocratiche e per iscriverla a scuola servivano la sua carta d'identità e, legalmente, il suo tutore. La donna magra e dall'aspetto scuro faceva tutto quello che le chiedevo e continuava a sorprendermi. Anche se pensavo che non avrebbe voluto mandarla a scuola, non aveva fatto obiezioni. Forse era interessata ai soldi che avrebbe potuto ricevere da me per le spese scolastiche. I miei amici mi dicevano che avrei dovuto raccontare tutto alla polizia, ma non sapevo cosa fare; volevo credere a quella donna magra e dall'aspetto scuro.

Non appena ebbi l'indirizzo di casa, il giorno dopo mi misi in viaggio. Le strade di Istanbul, che prima si stringevano le une alle altre in un abbraccio, all'indirizzo che mi aveva dato la donna sembravano essersi offese tra loro e non si rivolgevano più la parola.
In mezzo alla polvere e alla terra c'erano case che sembravano baracche. Alcune erano fatte di lamiera, altre non erano altro che tende; tutto ciò che definiva Istanbul sembrava essere scomparso da qui.

All'indirizzo che mi aveva dato la donna c'era un numero civico, ma davanti a quelle baracche non riuscivo a vedere né un numero né alcun segno che corrispondesse all'indirizzo che avevo in mano. Chiesi ai bambini che giocavano lì, ma non lo sapevano. Chiesi di Çiçek, scossero la testa. Chiamai la donna, ma il suo telefono era spento.
Non aveva nemmeno motivo di ingannarmi, avrebbe potuto prendere i soldi e poi sparire.
Mentre guardavo intorno con un'ultima speranza, vidi Yılmaz. Era seduto sotto un albero e con un pezzo di vetro che teneva in mano, scavava la terra.

«Yılmaz, non sono riuscito a trovare casa vostra, e il telefono di tua madre è spento.»

Yılmaz alzò la testa e mi guardò con gli occhi pieni di lacrime. Questa volta non indicò il market, ma un luogo che non conoscevo. Non capii cosa intendesse, ma cominciai ad andare nella direzione che mi aveva indicato.
C'era un cattivo odore. Tutto era immerso nel fango, facevo fatica a camminare, mi ero bagnato fino ai pantaloni e avanzavo come ipnotizzato. Una pozzanghera aveva trasformato la strada sterrata in un piccolo lago. Non riuscii ad andare oltre. Salii su una pietra e guardai davanti a me.
Tornai indietro nella direzione da cui ero venuto, pensando che forse Yılmaz mi avesse seguito. Sentii una voce, che echeggiava più avanti e si avvicinava, una voce simile al cattivo odore che mi circondava. Si fece più vicina, arrivava dal punto in cui non ero riuscito a proseguire. Mi sollevai sulle punte dei piedi, perché volevo vedere da dove provenisse.

«Mehmet abi, Mehmet abi.»

Era la donna magra e dall'aspetto scuro. Nella sua voce c'erano agitazione e una supplica senza senso. La voce si fece più vicina. Agitai la mano, come per dire "Sono qui", ma non so perché non gridai. La donna era dall'altra parte del piccolo lago. La terra rossa, insieme all'acqua, si era trasformata in fango; era impossibile attraversare.

«Mehmet abi.»

«Che è successo? Perché non rispondi al telefono?»

«Non chiedermi, abi. Ieri notte sono successe cose terribili.»

La donna parlava urlando e piangendo, mentre io cercavo di rimanere calmo sulla pietra.

«Che è successo? Dimmi.»

«Ahmet abi, ieri la nostra tenda è andata a fuoco...»

La donna era ormai vicina, e stare sulla pietra non aveva più senso. Forse cercavo di comprendere quello che mi stava dicendo per prendere tempo.

«Non ho capito.»

«Çiçek è morta, abi. La tenda è andata a fuoco.»

Per molto tempo non riuscii ad andare sulla tomba di Çiçek. Forse era per il senso di colpa, forse per tutto ciò che non riuscivo ad accettare. L'essere umano è fatto così: non riesce a smettere di porsi domande e, pensando a come sarebbero potute andare le cose se non fosse successo questo, sceglie le possibilità più belle tra migliaia di possibilità.
Continuavo a vedere davanti ai miei occhi immagini di Çiçek che andava a scuola, aveva successo e riusciva a costruirsi una vita con le proprie forze.

Avevo in mano un mazzo di fiori e dentro di me frasi che aspettavano di diventare pianto.
Sapevo che, ovunque avessi guardato, i suoi occhi color del cielo mi avrebbero ricordato qualcosa.

Engin Akyürek

⸺⸺⸺⸺⸺⸺⸺


Ancora una volta Engin Akyürek lascia che sia il lettore a trovare il senso della storia che ci racconta, perché quel mazzo di fiori nelle mani di Mehmet è un semplice mazzo di fiori o anche tutto ciò che avrebbe potuto essere una vita, un futuro, una possibilità? Qualcosa che Mehmet aveva finalmente cercato di salvare, ma che non era riuscito a raggiungere in tempo? E forse è proprio qui che il titolo torna a parlarci. Questo mondo è un fiore, non è soltanto Çiçek, non è "soltanto" una bambina, forse è tutto ciò che è fragile e che abbiamo il compito di custodire.

Perché un fiore non chiede molto per continuare a vivere. Chiede soltanto che qualcuno si accorga che esiste, prima che sia troppo tardi. Tu che ne pensi?



Se ti è piaciuto, puoi condividerlo o lasciare un commento, anche sulla nostra pagina Instagram



Leggi anche: 

Tik Tak, Tik Tak... pubblicato sul numero precedente della rivista.





Questo spazio nasce per custodire e tradurre in italiano interviste e testi di Engin Akyürek
Non per raccontare tutto, ma per scegliere ciò che merita di essere letto 💟

 

Commenti