ENGIN AKYÜREK SI RACCONTA: UN VIAGGIO TRA SCRITTURA, RECITAZIONE E VITA
Engin Akyürek conversa con Burak Tamdoğan: il podcast completo tradotto in italiano
In questa lunga conversazione con l'amico di sempre Burak Tamdoğan, realizzata per la rivista online Anlatıcı, non troviamo domande di circostanza né risposte preparate. Troviamo due amici che si confrontano con sincerità, lasciando affiorare ricordi, emozioni e riflessioni che aiutano a comprendere meglio il percorso umano e creativo di Engin.
Dalle strade di Ankara ai racconti che hanno dato vita ai suoi libri, dal significato della scrittura al rapporto con la natura, fino all'amore, alla recitazione e alla ricerca continua di nuove emozioni da esplorare, questo podcast ci accompagna in un viaggio intimo e autentico.
In fondo è proprio questo che cerchiamo di raccontare ogni giorno: il favoloso mondo di Engin Akyürek. E, forse, mai come questa volta abbiamo la sensazione di poterne osservare alcuni degli angoli più nascosti.
Podcast: Anlatıcı Sohbetleri
Ospiti: Engin Akyürek e Burak Tamdoğan
Pubblicazione originale: Rivista online Anlatıcı
Capitolo 1 - Ankara: dove nasce un narratore
Prima ancora di parlare di libri, cinema o televisione, Burak Tamdoğan riporta Engin Akyürek alle sue origini. È lì, tra le strade di Ankara, la casa dei nonni, il quartiere e le persone incontrate durante l'infanzia, che nasce il suo modo di osservare il mondo. Un racconto che diventa anche una dichiarazione d'amore verso la città che continua ad abitare la sua immaginazione.
...la nuova Ankara non la conosci più?
La nuova Ankara, no. Quando mi chiedono: "Dove andiamo? Dove si mangia bene?", per esempio, non so rispondere, non la conosco.
Nemmeno io, per niente.
Non so, ma è come quando continui a sognare sempre la casa della tua infanzia. Immagini la casa, le stanze in cui sei nato... Resta sempre lì, da qualche parte nel tuo subconscio. Le strade di Ankara, l'università, il liceo, le scuole medie... sono sempre quei luoghi che hanno plasmato la mia personalità e il mio carattere a tornarmi davanti agli occhi.
L'ho notato anch'io leggendo i tuoi libri. Scusami se ti interrompo. In realtà avrei dovuto dirlo all'inizio, ma credo che così sarà una vera conversazione. Per chi ancora non lo sapesse, vorrei dire che hai scritto tre libri. Tre raccolte di racconti. Le ho lette tutte e tre, e le ho lette con immenso piacere, ci tenevo a dirtelo prima. Ne consiglio vivamente la lettura. Bene, Engin Akyürek attore lo conoscono già tutti, ma quando parliamo dei tuoi racconti, qualcuno potrebbe chiedersi: "Ma cosa sta dicendo questo tipo? Quali racconti?"...
In effetti, ormai sono tre… tre raccolte di racconti. “Accidenti amico... ma chi credi di essere? Maşallah!”
Nel frattempo scrivi anche per la rivista, ovviamente.
Sì. In fondo questi libri sono nati raccogliendo molti dei racconti che avevamo pubblicato sulla rivista. Però il punto di partenza non è mai stato: "Dai, scriviamo qualcosa per farne un libro" Questo percorso non è iniziato pensando: "Pubblicherò una raccolta di racconti."
Il mio modo di vivere le cose è un po' questo: io prendo forma lungo il cammino. Per esempio, mi chiedono spesso: "Come ti immagini tra dieci anni? Cosa pensi che succederà? Cosa sogni per te fra dieci anni?"
Io non ho mai risposte molto concrete. Le mie sono sempre cose più astratte. C'è una sensazione, un odore, qualcosa… Poi quella cosa prende forma da sé. E ti porta fino a quel punto. Anche il libro è nato così. Scrivevamo e a un certo punto ci siamo detti: "Aspetta, allora raccogliamoli tutti insieme. Che resti qualcosa legato a questo periodo. Che rimanga come un ricordo per noi, per i nostri familiari, per gli amici, per le persone a cui vogliamo bene. Che sia qualcosa che possiamo regalare...". È cominciato così. Poi mi sono reso conto di una cosa: ho capito che creare qualcosa che andasse oltre il mio lavoro di attore mi faceva stare bene. Mi faceva stare bene, prima di tutto, come persona. E in realtà ho deciso di dare valore a questa sensazione. E non mi sono mai lasciato bloccare dal pensiero di dover dimostrare qualcosa. Non avendo pretese letterarie, apro sempre una parentesi e dico questo:
Se avete una storia da condividere, condividetela. Io, in fondo, l'ho sempre fatto. Ho letto agli altri quello che scrivevo.
Scrivevi anche prima, quindi.
Sì. Facevo leggere i miei racconti. Li davo ai miei amici, alle persone a cui volevo bene, dicendo: "Ho scritto un racconto." Ma non mi sono mai preoccupato se potesse piacere o meno, non ho mai avuto questo problema. Anche per questi libri è lo stesso. Se vengono apprezzati, naturalmente ne sono felice. Ma se non dovessero piacere, non sarebbe un problema. Non li ho mai scritti con pensieri del tipo: "E se non piacciono? E se vendono poco? E se succede questo o quello?" Proprio perché non avevo queste preoccupazioni, sono riuscito a farlo con serenità e sono arrivato fin qui. Se invece intraprendi un percorso inseguendo il successo o aspettandoti qualcosa in cambio, allora quella strada ti porta inevitabilmente altrove. Io l'ho vissuto in modo un po' istintivo, volevo semplicemente che quei racconti restassero. Che esistessero da qualche parte, come un ricordo. E la sensazione nata dalla consapevolezza di quanto sia bello poter fare qualcosa di diverso dalla recitazione... mi ha fatto sentire bene.
Ti interrompo un momento. Ora, tu potrai anche non avere pretese dal punto di vista letterario e l'approccio con cui ti presenti è molto umile, ma il tuo linguaggio letterario c'è. Anzi, ti dico una cosa: mentre leggevo l'ultimo libro - mi pare fosse nel racconto Cehennem (L’inferno) - mi sono ritrovato a pensare che potremmo quasi fare un dizionario del tuo modo di raccontare la solitudine, il dolore, perfino del modo in cui li descrivi. Perché hai anche un linguaggio che è tuo. Magari qualcuno potrebbe dire: "Fratello, hai scritto anche qui la stessa cosa che hai scritto nell'altro racconto, mio caro." Ma quello è il tuo sentimento! Se in un racconto scrivi "ridere come un matto" e in un altro ricorri ancora a quell'immagine, non è una ripetizione fine a sé stessa. Ma non è questo il punto che voglio sottolineare. Voglio dire che, dal punto di vista letterario, tu hai trovato un altro modo di dirlo. Parli di persone che sprofondano dentro sé stesse, che cercano di riemergere... Hai davvero una tua lingua narrativa. Insomma, essere modesti è una bella qualità, ma...
La modestia può anche essere fraintesa. Non sto cercando di mostrarmi modesto a tutti i costi, ma mi esprimo così perché nutro un rispetto enorme per la letteratura. E un rispetto altrettanto grande per chi la letteratura la fa.
Credo che scrivere sia una professione importante, una vera vocazione, e nutro un grandissimo rispetto per le persone che vivono di questo lavoro. Prima di tutto bisogna avere rispetto per questo. Io, invece, non vivo di scrittura. Lo faccio un po' per il piacere di farlo. È in questo senso che parlo così. Ovviamente, se tutto ciò rientri o meno nella letteratura non sono io a poterlo decidere, ma il fatto che tu la pensi così mi rende felice, fratello mio.
Però, quando apro quella parentesi e dico di non avere pretese, il motivo è un altro. Credo che, perché una persona arrivi davvero a condividere qualcosa, debba sentirsi libera in questo modo. Anch'io, quando avevo diciott'anni, scrivevo racconti e li facevo leggere agli altri. Non perché fossi pieno di sicurezza in me stesso... il punto è che bisogna mettere da parte il bisogno di essere approvati, la paura che piaccia o meno.
Perché, se ti lasci guidare da quel bisogno, finisci per metterti con le spalle al muro. Cominci ad aspettarti qualcosa da quel libro e da quello che hai scritto. Inizi a instaurare con ciò che scrivi un rapporto utilitaristico. E allora finisci per collocarti in tutt'altro posto. Io non sono quel tipo di persona. Io sono un attore. Non ho aspettative da questo lavoro. Non ho aspettative letterarie, non mi interessa essere approvato. Ho un'unica aspettativa: condividere. Condividere le mie storie. E poi c'è anche questo, in fondo: "Chi sei? Cosa fai? Qual è la tua scommessa? Qual è la tua visione della vita?". In realtà, in questo libro ho sentito tutto ciò ancora di più. Ci sono, magari non in modo esplicito ma in forma più astratta, dei segni del mio modo di guardare la vita, del mio modo di entrare in relazione con la vita, con le persone, con i rapporti umani, con l'attimo, con la natura.
Ci sono tantissimi indizi. Vorrei parlare proprio di questo, ma voglio tornare alla prima domanda. Te la riformulo in un modo diverso, forse prima l'avevo posta in termini troppo ampi. Chi è stato il primo narratore nella vita di Engin? Del piccolo Engin, dell'Engin bambino? Chi era la persona di cui ascoltavi le storie?
Bello. Beh, vedi, in realtà sono stati mia nonna e mio nonno materni a crescermi. Sono cresciuto con loro, in una casa con il giardino. Ed era un posto dove esisteva davvero il vicinato, quello vero. Sai, la "buona vicinanza" non era come la intendiamo oggi, nella vita moderna, nei condomini: il vicino che incontri davanti alla porta o nel parcheggio. No, non era quello. Con quel vicino avevi un rapporto. C'era un'amicizia, uno scambio, un senso di responsabilità reciproca, un'aspettativa. Il vicinato era davvero importante, lo vedevo già con la mia testa di bambino. E’ il vecchio quartiere. Un luogo che nasce tanto dal buon vicinato quanto dall'amicizia. Lì intorno c'erano tantissime persone che raccontavano, persone che avevano una storia. E non è che qualcuno venisse da me a dire: "Guarda, questa è la mia storia..."
Io ero semplicemente testimone di una marea di storie. La mia infanzia è piena di quelle storie, di quei colori, di quelle atmosfere. Persone arrivate da culture e luoghi diversi. Anche tu sei di Ankara, lo sai. Ankara in fondo è una città un po' "costruita", nata con la Repubblica. È una città fondata dalla Repubblica. E la gente è arrivata da posti diversi. Certo, Ankara ha anche una sua identità originaria. ha una sua anima contadina, ma con lo sviluppo della città dei funzionari pubblici, con quel loro status di impiegati statali, sono arrivate persone da contesti e culture differenti. E da quell'incontro, dal sentirsi cittadini, è nata una cultura propria. È una realtà al tempo stesso urbana ma rurale; c'è una cultura sospesa tra la grande città e la provincia. Ed è proprio questo a renderla ricca, perché lì ci sono delle storie. Da questo punto di vista, Ankara mi dà quasi l'impressione di essere una città che non è riuscita a raccontare del tutto la propria storia. Oggi è diversa, è in un altro momento della sua storia.
Sono consapevole che l'Ankara degli anni '80 e '90, quella che ricordo io, non esiste più. Così come so che c'è chi è stato testimone degli anni '70, '60 o '50 e custodisce storie ancora diverse. E poi, naturalmente, c'è anche la cultura portata dalle persone arrivate da Istanbul con la nascita della Repubblica. C'è la provincia, ci sono i quartieri fatti di gecekondu (fenomeno urbano molto specifico della Turchia che indica un'abitazione abusiva o una baraccopoli costruita illegalmente, spesso durante la notte, su terreni pubblici o di proprietà altrui)... Ma c'è anche quella cultura e quel senso di cittadinanza nato dall'aver fondato la Repubblica. In tutti questi aspetti ad Ankara c'è sempre una storia. In ogni angolo. E penso che tutto questo si sia depositato dentro di me come narratore e sia penetrato in ciò che scrivo. Per essere sincero, credo che il narratore che sono lo si debba ad Ankara. In realtà è proprio ad Ankara che bisogna essere grati. Penso che ogni luogo sia bello per le persone che lo abitano. Da un certo punto di vista, sembra che Ankara sia un posto amato solo da chi ci vive. Ed è anche così: resta un luogo dove chi viene da Istanbul non si trova bene e che non riuscirà mai ad amare. Ma se hai voglia di vedere le sue storie, allora è una città che ha davvero tantissimo da offrire. Spero che non sembri un'ode ad Ankara.
Ma sì, lascia che lo sia!
Visto che siamo due persone di Ankara, sembra che ne stiamo parlando così solo per quello... ma dato che è penetrata tantissimo in ciò che scrivo e la uso moltissimo come sfondo, Ankara per me è fondamentale. Ci penso spesso. Ogni volta che scrivo qualcosa, mi vengono in mente quelle strade, le strade di Ankara.
Capitolo 2 - Le storie, la natura e lo sguardo sulle persone
Ankara lascia spazio a un altro elemento fondamentale dell'universo narrativo di Engin: il rapporto con la natura. Dai quartieri popolari ai gabbiani di Istanbul, ogni incontro diventa occasione per osservare, comprendere e raccontare. Perché, prima ancora di scrivere, un narratore impara a guardare.
Burak:
Nei tuoi racconti, ad esempio, ci sono storie di colletti bianchi. Altre in cui si percepisce chiaramente l'ambiente delle baraccopoli... non lo dici esplicitamente, non scrivi mai gecekondu, ma dalla tua descrizione si capisce benissimo. Voglio dire, quella casa dei matti (il racconto Deliler Evi), per l'amor di Dio! Quale casa ha le pareti di lamiera? È chiaramente un gecekondu. Però io, per esempio, il quartiere di gecekondu di Istanbul non lo conosco.
Engin:
Ci saremo andati per qualche ripresa cinematografica, al massimo.
Burak :
Ah, sì, giusto quel tanto.
Engin:
Lo conosci attraverso il cinema.
Burak:
Esatto. Ma ad esempio, quel colletto bianco nei tuoi racconti non è il classico colletto bianco di Istanbul. Quello che racconti tu è un colletto bianco di Ankara. Uno tormentato, che beve… uno che quando perde la testa non va a sfogarsi in un bar o in un pavyon (quartiere pieno di locali notturni), ma vive il proprio dramma a casa, nel proprio letto. Beh, lasciami fare una piccola introduzione da qui. In questo tuo ultimo libro di racconti, anzi in realtà in entrambi gli ultimi due, ho visto uomini simili tra loro. Hanno quell'aria di persone abbandonate, tristi, chiuse in se stesse. E si somigliano. Tra l'altro, ad Ankara ce ne sono a migliaia così. Forse anche noi due siamo stati un po' come loro, un tempo.
Engin :
Forse sì.
Burak:
Questa parte si capisce, ma ad esempio c'è quel racconto del cervo (Geyik) - così presentiamo anche un po' il libro da qui - lì c'è una storia legata alla natura. Ora, per quanto ne so, tu in realtà vivevi a Mamak.
Engin Akyürek:
No, a Dikmen.
Burak:
A Dikmen. Ah, va bene. Ecco, cercavo di capire questa cosa. Il tuo rapporto con la natura è molto probabile che derivi da lì. Ad esempio, il fatto di essere cresciuto con i tuoi nonni che provenivano dalla campagna ti ha trasmesso un legame con la natura, però mi interessa il tuo rapporto con lei, il modo in cui ti collochi rispetto a essa. Perché, secondo me, questo è uno dei due pilastri del narratore: "Dove colloca se stesso nel mondo, nella natura?".
Engin :
Che bella domanda. In realtà, se si guarda la cosa dall'esterno, quando si parla di natura vengono subito in mente cose del tipo: "Dai, andiamo a fare un campeggio. Dov'è la tenda? Andiamo a girare per monti e valli..." e così via. Ecco, noi non siamo mai stati quel genere di persone. Io non sono così. Però credo che il viaggio di questo libro si leghi a una cosa su cui ho iniziato a riflettere molto negli ultimi anni. Cioè: l'uomo, la natura, noi dove ci collochiamo in tutto questo? E dove andremo a finire? Dove resteremo? Ora siamo qui, ma dove saremo tra vent'anni? Per me questa domanda ha un valore enorme. Dove andrà l'umanità? Certo, questo è un argomento enorme, molto profondo. Dove andrà l'umanità? E noi dove ci ritroveremo tra cinquant'anni? Sotto ogni punto di vista. Negli ultimi anni, più ancora che chiedermi dove andrà l'umanità, ho iniziato a chiedermi: "Qual è il mio rapporto con la natura? Qual è il mio rapporto con un animale? Qual è il mio rapporto con la strada?" Oppure: "Dove sta andando questo rapporto?"
Quei racconti sono nati così. Non sono partito dicendomi: "Adesso scriverò una storia sul rapporto tra l'uomo e la natura" , ma quei temi si sono infiltrati da soli, si sono insinuati nella storia. Io, del resto, non scrivo pianificando troppo la trama, non ci riesco. Mi arriva un'idea, qualcosa... e tutto quello che sto provando in quel momento, tutto ciò che in quel periodo è un mio tormento, oppure quello che mi occupa la mente, i dubbi che ho, oppure anche ciò che in quel momento mi fa stare bene... mentre scrivo, tutto questo si deposita dentro le frasi.
Molto probabilmente, nel periodo in cui è nato questo libro, mi stavo chiedendo: "Noi, come esseri umani, come decideremo il nostro rapporto con la natura?" Questa è al tempo stesso una decisione individuale, ma anche una decisione enorme. Che tipo di rapporto avremo? Come sarà? Questo è un tema importante.
Burak:
Mentre noi pensiamo erroneamente di esserci separati da essa...
Engin Akyürek:
Esatto. Forse anch'io ho pensato di esserne separato. Forse anche io mi sono isolato. Forse anch'io per molto tempo, ho fatto finta di non vedere. Presi dalla corsa quotidiana, da questo e da quello, dalla vita... Ma c'è qualcosa con cui tutti noi prima o poi dovremo fare i conti.
Un giorno ci ritroveremo faccia a faccia con un albero. Un giorno ci ritroveremo faccia a faccia con una creatura della natura, in un modo o nell'altro succederà. Non possiamo sfuggirgli. E quando succederà, potrà essere un confronto positivo oppure negativo. Ma non possiamo evitarlo.
Voglio dire, la natura funziona così, io lo ripeto sempre. Il gabbiano che vola qui sopra, nel cielo di Istanbul... noi non sappiamo da quante migliaia di anni vive qui, da padre in figlio, in qualche modo... Tremila, cinquemila, diecimila anni, non lo so. Ma vive qui. Io, invece, sono arrivato a Istanbul da poco. Cioè, lui mi guarda come fossi l'ultimo arrivato! Quindi, sono io che devo portare rispetto a lui, o è lui che deve portare rispetto a me?
Capitolo 3 - L'amore, l'ironia e le emozioni che diventano storie
Perché nei racconti di Engin Akyürek l'amore raramente è semplice? Burak prova a scoprirlo partendo dalle sue storie, ma la conversazione si allarga presto alla recitazione, ai sentimenti e alla continua ricerca di emozioni ancora sconosciute.
Ma passiamo alle storie d'amore nei tuoi racconti... In generale, ce n'è una che mi ha colpito in un modo incredibile. In questo momento non ricordo il titolo preciso, ma è quella in cui lui la vede in sogno e lei dice: "Chiudi gli occhi. Continuiamo". Mamma mia. Mi sono scese le lacrime agli occhi.
Burak:
L'ho amata. Nelle tue storie non c'è mai un amore felice. Ce n'è solo una, in cui invecchiano insieme e tutto il resto, ma anche lì la felicità arriva dopo aver compreso delle cose, e comunque lei è gravemente malata... Insomma, non voglio svelare tutto il libro qui, ecco, ma anche quella felicità è una felicità che arriva dopo essere stata filtrata, distillata. Non è una felicità spensierata, da lay lay lom (espressione turca che richiama un’allegria leggera e spensierata). In senso generale, non voglio trarre la conclusione che siano sempre brutte storie d'amore. No, non è questo. Mi interessa il tuo modo di vedere l'amore. Perché è evidente che, in questi racconti, c'è qualcosa che tiene tutto in equilibrio. Partendo proprio dai tuoi racconti, ti andrebbe di raccontarmi un po’ Engin e il suo rapporto con l'amore?
Capitolo 4 - Scrivere e recitare: due modi di raccontare
Per Engin Akyürek non esiste una vera separazione tra scrittura e recitazione. Entrambe nascono dalla stessa necessità: leggere, osservare, immaginare e dare vita a un personaggio. In questo capitolo racconta cosa significa davvero essere un narratore.
Capitolo 5 - I racconti, il cinema e il potere dell'immaginazione
Che cosa succede quando un libro diventa un film? E perché alcune opere sembrano impossibili da adattare? Engin riflette sul rapporto tra letteratura e cinema, sull'immaginazione del lettore e sul modo in cui nascono i suoi racconti.
Capitolo 6 - Trovare la propria voce
Nel finale della conversazione, Engin Akyürek parla del proprio stile, del linguaggio dei suoi racconti, del rapporto con la poesia e dei progetti futuri. È una riflessione sulla ricerca continua di una voce personale, senza inseguire definizioni o etichette.
Con questa conversazione si conclude uno dei dialoghi più profondi e autentici che Engin Akyürek abbia condiviso negli ultimi anni. Ringraziamo Burak Tamdoğan e la rivista Anlatıcı per aver dato vita a un incontro capace di raccontare non solo l'attore e lo scrittore, ma anche l'uomo. Per noi è stato un privilegio poterlo tradurre e condividerlo con i lettori italiani.






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