ENGIN AKYÜREK SI RACCONTA: UN VIAGGIO TRA SCRITTURA, RECITAZIONE E VITA

Engin Akyürek conversa con Burak Tamdoğan: il podcast completo tradotto in italiano

In questa lunga conversazione con l'amico di sempre Burak Tamdoğan, realizzata per la rivista online Anlatıcı, non troviamo domande di circostanza né risposte preparate. Troviamo due amici che si confrontano con sincerità, lasciando affiorare ricordi, emozioni e riflessioni che aiutano a comprendere meglio il percorso umano e creativo di Engin.

Dalle strade di Ankara ai racconti che hanno dato vita ai suoi libri, dal significato della scrittura al rapporto con la natura, fino all'amore, alla recitazione e alla ricerca continua di nuove emozioni da esplorare, questo podcast ci accompagna in un viaggio intimo e autentico.
In fondo è proprio questo che cerchiamo di raccontare ogni giorno: il favoloso mondo di Engin Akyürek. E, forse, mai come questa volta abbiamo la sensazione di poterne osservare alcuni degli angoli più nascosti.

Podcast: Anlatıcı Sohbetleri
Ospiti: Engin Akyürek e Burak Tamdoğan
Pubblicazione originale: Rivista online Anlatıcı


Locandina del podcast Anlatıcı con Engin Akyürek


Capitolo 1 - Ankara: dove nasce un narratore

Prima ancora di parlare di libri, cinema o televisione, Burak Tamdoğan riporta Engin Akyürek alle sue origini. È lì, tra le strade di Ankara, la casa dei nonni, il quartiere e le persone incontrate durante l'infanzia, che nasce il suo modo di osservare il mondo. Un racconto che diventa anche una dichiarazione d'amore verso la città che continua ad abitare la sua immaginazione.


Burak:
Benvenuti. Dire "Oggi siamo qui con Engin Akyürek" suona piuttosto buffo. In fondo, noi due stiamo già insieme molto spesso. Engin mio... Edem (appellativo affettuoso, un modo intimo e scherzoso di rivolgersi a un amico molto caro, quasi come dire "fratello mio" o "carissimo", ndt), il punto è questo. Noi pubblichiamo una rivista che si chiama Anlatıcı (Il Narratore) e il motivo per cui oggi stiamo facendo questa conversazione, diversa dalle nostre solite chiacchierate, è che tu sei un narratore. E quando dico "narratore", intendo che lo sei come attore, come scrittore, ma anche come persona che raccoglie storie, che parla e che parlando, racconta. Però credo che si debba partire da un altro punto. Tutti noi, in fondo, ci nutriamo di qualcosa, ed è da lì che le nostre foglie e i nostri rami prendono forma e colore. La cosa che più mi incuriosisce è scoprire le radici che nutrono il narratore che è in te. Sono la famiglia? Il quartiere? Qual è il tuo rapporto con il raccontare, sia a voce sia per iscritto? Raccontami un po' questo. Da dove nasce?

Engin:
Guarda, non mi aspettavo una domanda del genere. È una bella domanda, ma darle una risposta all'altezza è davvero difficile.
Prima di tutto ti ringrazio per avermi definito un narratore. Ovviamente, mentre mi ponevi questa domanda, dato che mi conosci un po' e abbiamo dei punti in comune, probabilmente intuivi già da dove potrei partire per rispondere. Essere entrambi di Ankara, esserci laureati nella stessa università, aver incrociato tante persone in comune lungo il nostro percorso e aver frequentato gli stessi luoghi... tutto questo ha avuto il suo peso.
Naturalmente sarebbe un po' ingiusto ricondurre la questione del "narratore" a un unico punto o a un solo luogo. Però il fatto di aver vissuto ad Ankara ha avuto un'importanza enorme. Il suo clima, l'atmosfera che si respirava lì, il liceo, l'università, quel periodo dell'adolescenza, qualunque fosse la cultura che ci circondava allora... tutto questo ha contribuito enormemente a formare il mio carattere e la mia personalità. Le persone che c'erano lì... sì, proprio così, hanno avuto un ruolo fondamentale.
E naturalmente ci sono anche le caratteristiche del tuo carattere, tua madre, tuo padre... Quando analizzi o racconti qualcosa, non puoi guardarla da un solo punto di vista. È un insieme di elementi. Però l'elemento principale, quello che più mi ha segnato, è Ankara, che dentro di me rappresenta una sorta di sfondo. Credo occupi un posto davvero importante.
In effetti, quando scrivo o quando racconto qualcosa, nella mia immaginazione c'è sempre Ankara. E pensare che ormai la seconda metà della mia vita è trascorsa a Istanbul: mi sono trasferito qui a ventun anni. Eppure, ancora oggi, quando scrivo qualcosa mi vengono in mente le strade di Ankara... Anche se, a dire il vero, non conosco più così bene Ankara. Ormai, nella mia vita, Ankara...

Burak:
...la nuova Ankara non la conosci più?

Engin:
La nuova Ankara, no. Quando mi chiedono: "Dove andiamo? Dove si mangia bene?", per esempio, non so rispondere, non la conosco.

Burak:
Nemmeno io, per niente.

Engin:
Non so, ma è come quando continui a sognare sempre la casa della tua infanzia. Immagini la casa, le stanze in cui sei nato... Resta sempre lì, da qualche parte nel tuo subconscio. Le strade di Ankara, l'università, il liceo, le scuole medie... sono sempre quei luoghi che hanno plasmato la mia personalità e il mio carattere a tornarmi davanti agli occhi.

Burak:
L'ho notato anch'io leggendo i tuoi libri. Scusami se ti interrompo. In realtà avrei dovuto dirlo all'inizio, ma credo che così sarà una vera conversazione. Per chi ancora non lo sapesse, vorrei dire che hai scritto tre libri. Tre raccolte di racconti. Le ho lette tutte e tre, e le ho lette con immenso piacere, ci tenevo a dirtelo prima. Ne consiglio vivamente la lettura. Bene, Engin Akyürek attore lo conoscono già tutti, ma quando parliamo dei tuoi racconti, qualcuno potrebbe chiedersi: "Ma cosa sta dicendo questo tipo? Quali racconti?"...

Engin:
In effetti, ormai sono tre… tre raccolte di racconti. “Accidenti amico... ma chi credi di essere? Maşallah!” 

Burak:
Nel frattempo scrivi anche per la rivista, ovviamente.

Engin:
Sì. In fondo questi libri sono nati raccogliendo molti dei racconti che avevamo pubblicato sulla rivista. Però il punto di partenza non è mai stato: "Dai, scriviamo qualcosa per farne un libro" Questo percorso non è iniziato pensando: "Pubblicherò una raccolta di racconti."
Il mio modo di vivere le cose è un po' questo: io prendo forma lungo il cammino. Per esempio, mi chiedono spesso: "Come ti immagini tra dieci anni? Cosa pensi che succederà? Cosa sogni per te fra dieci anni?"
Io non ho mai risposte molto concrete. Le mie sono sempre cose più astratte. C'è una sensazione, un odore, qualcosa… Poi quella cosa prende forma da sé. E ti porta fino a quel punto. Anche il libro è nato così. Scrivevamo e a un certo punto ci siamo detti: "Aspetta, allora raccogliamoli tutti insieme. Che resti qualcosa legato a questo periodo. Che rimanga come un ricordo per noi, per i nostri familiari, per gli amici, per le persone a cui vogliamo bene. Che sia qualcosa che possiamo regalare...". È cominciato così. Poi mi sono reso conto di una cosa: ho capito che creare qualcosa che andasse oltre il mio lavoro di attore mi faceva stare bene. Mi faceva stare bene, prima di tutto, come persona. E in realtà ho deciso di dare valore a questa sensazione. E non mi sono mai lasciato bloccare dal pensiero di dover dimostrare qualcosa. Non avendo pretese letterarie, apro sempre una parentesi e dico questo:
Se avete una storia da condividere, condividetela. Io, in fondo, l'ho sempre fatto. Ho letto agli altri quello che scrivevo.

Burak:
Scrivevi anche prima, quindi.

Engin:
Sì. Facevo leggere i miei racconti. Li davo ai miei amici, alle persone a cui volevo bene, dicendo: "Ho scritto un racconto." Ma non mi sono mai preoccupato se potesse piacere o meno, non ho mai avuto questo problema. Anche per questi libri è lo stesso. Se vengono apprezzati, naturalmente ne sono felice. Ma se non dovessero piacere, non sarebbe un problema. Non li ho mai scritti con pensieri del tipo: "E se non piacciono? E se vendono poco? E se succede questo o quello?" Proprio perché non avevo queste preoccupazioni, sono riuscito a farlo con serenità e sono arrivato fin qui. Se invece intraprendi un percorso inseguendo il successo o aspettandoti qualcosa in cambio, allora quella strada ti porta inevitabilmente altrove. Io l'ho vissuto in modo un po' istintivo, volevo semplicemente che quei racconti restassero. Che esistessero da qualche parte, come un ricordo. E la sensazione nata dalla consapevolezza di quanto sia bello poter fare qualcosa di diverso dalla recitazione... mi ha fatto sentire bene.

Burak:
Ti interrompo un momento. Ora, tu potrai anche non avere pretese dal punto di vista letterario e l'approccio con cui ti presenti è molto umile, ma il tuo linguaggio letterario c'è. Anzi, ti dico una cosa: mentre leggevo l'ultimo libro - mi pare fosse nel racconto Cehennem (L’inferno) - mi sono ritrovato a pensare che potremmo quasi fare un dizionario del tuo modo di raccontare la solitudine, il dolore, perfino del modo in cui li descrivi. Perché hai anche un linguaggio che è tuo. Magari qualcuno potrebbe dire: "Fratello, hai scritto anche qui la stessa cosa che hai scritto nell'altro racconto, mio caro." Ma quello è il tuo sentimento! Se in un racconto scrivi "ridere come un matto" e in un altro ricorri ancora a quell'immagine, non è una ripetizione fine a sé stessa. Ma non è questo il punto che voglio sottolineare. Voglio dire che, dal punto di vista letterario, tu hai trovato un altro modo di dirlo. Parli di persone che sprofondano dentro sé stesse, che cercano di riemergere... Hai davvero una tua lingua narrativa. Insomma, essere modesti è una bella qualità, ma...

Engin:
La modestia può anche essere fraintesa. Non sto cercando di mostrarmi modesto a tutti i costi, ma mi esprimo così perché nutro un rispetto enorme per la letteratura. E un rispetto altrettanto grande per chi la letteratura la fa.
Credo che scrivere sia una professione importante, una vera vocazione, e nutro un grandissimo rispetto per le persone che vivono di questo lavoro. Prima di tutto bisogna avere rispetto per questo. Io, invece, non vivo di scrittura. Lo faccio un po' per il piacere di farlo. È in questo senso che parlo così. Ovviamente, se tutto ciò rientri o meno nella letteratura non sono io a poterlo decidere, ma il fatto che tu la pensi così mi rende felice, fratello mio.
Però, quando apro quella parentesi e dico di non avere pretese, il motivo è un altro. Credo che, perché una persona arrivi davvero a condividere qualcosa, debba sentirsi libera in questo modo. Anch'io, quando avevo diciott'anni, scrivevo racconti e li facevo leggere agli altri. Non perché fossi pieno di sicurezza in me stesso... il punto è che bisogna mettere da parte il bisogno di essere approvati, la paura che piaccia o meno.
Perché, se ti lasci guidare da quel bisogno, finisci per metterti con le spalle al muro. Cominci ad aspettarti qualcosa da quel libro e da quello che hai scritto. Inizi a instaurare con ciò che scrivi un rapporto utilitaristico. E allora finisci per collocarti in tutt'altro posto. Io non sono quel tipo di persona. Io sono un attore. Non ho aspettative da questo lavoro. Non ho aspettative letterarie, non mi interessa essere approvato. Ho un'unica aspettativa: condividere. Condividere le mie storie. E poi c'è anche questo, in fondo: "Chi sei? Cosa fai? Qual è la tua scommessa? Qual è la tua visione della vita?". In realtà, in questo libro ho sentito tutto ciò ancora di più. Ci sono, magari non in modo esplicito ma in forma più astratta, dei segni del mio modo di guardare la vita, del mio modo di entrare in relazione con la vita, con le persone, con i rapporti umani, con l'attimo, con la natura.

Burak:
Ci sono tantissimi indizi. Vorrei parlare proprio di questo, ma voglio tornare alla prima domanda. Te la riformulo in un modo diverso, forse prima l'avevo posta in termini troppo ampi. Chi è stato il primo narratore nella vita di Engin? Del piccolo Engin, dell'Engin bambino? Chi era la persona di cui ascoltavi le storie?

Engin:
Bello. Beh, vedi, in realtà sono stati mia nonna e mio nonno materni a crescermi. Sono cresciuto con loro, in una casa con il giardino. Ed era un posto dove esisteva davvero il vicinato, quello vero. Sai, la "buona vicinanza" non era come la intendiamo oggi, nella vita moderna, nei condomini: il vicino che incontri davanti alla porta o nel parcheggio. No, non era quello. Con quel vicino avevi un rapporto. C'era un'amicizia, uno scambio, un senso di responsabilità reciproca, un'aspettativa. Il vicinato era davvero importante, lo vedevo già con la mia testa di bambino. E’ il vecchio quartiere. Un luogo che nasce tanto dal buon vicinato quanto dall'amicizia. Lì intorno c'erano tantissime persone che raccontavano, persone che avevano una storia. E non è che qualcuno venisse da me a dire: "Guarda, questa è la mia storia..."
Io ero semplicemente testimone di una marea di storie. La mia infanzia è piena di quelle storie, di quei colori, di quelle atmosfere. Persone arrivate da culture e luoghi diversi. Anche tu sei di Ankara, lo sai. Ankara in fondo è una città un po' "costruita", nata con la Repubblica. È una città fondata dalla Repubblica. E la gente è arrivata da posti diversi. Certo, Ankara ha anche una sua identità originaria. ha una sua anima contadina, ma con lo sviluppo della città dei funzionari pubblici, con quel loro status di impiegati statali, sono arrivate persone da contesti e culture differenti. E da quell'incontro, dal sentirsi cittadini, è nata una cultura propria. È una realtà al tempo stesso urbana ma rurale; c'è una cultura sospesa tra la grande città e la provincia. Ed è proprio questo a renderla ricca, perché lì ci sono delle storie. Da questo punto di vista, Ankara mi dà quasi l'impressione di essere una città che non è riuscita a raccontare del tutto la propria storia. Oggi è diversa, è in un altro momento della sua storia.
Sono consapevole che l'Ankara degli anni '80 e '90, quella che ricordo io, non esiste più. Così come so che c'è chi è stato testimone degli anni '70, '60 o '50 e custodisce storie ancora diverse. E poi, naturalmente, c'è anche la cultura portata dalle persone arrivate da Istanbul con la nascita della Repubblica. C'è la provincia, ci sono i quartieri fatti di gecekondu (fenomeno urbano molto specifico della Turchia che indica un'abitazione abusiva o una baraccopoli costruita illegalmente, spesso durante la notte, su terreni pubblici o di proprietà altrui)... Ma c'è anche quella cultura e quel senso di cittadinanza nato dall'aver fondato la Repubblica. In tutti questi aspetti ad Ankara c'è sempre una storia. In ogni angolo. E penso che tutto questo si sia depositato dentro di me come narratore e sia penetrato in ciò che scrivo. Per essere sincero, credo che il narratore che sono lo si debba ad Ankara. In realtà è proprio ad Ankara che bisogna essere grati. Penso che ogni luogo sia bello per le persone che lo abitano. Da un certo punto di vista, sembra che Ankara sia un posto amato solo da chi ci vive. Ed è anche così: resta un luogo dove chi viene da Istanbul non si trova bene e che non riuscirà mai ad amare. Ma se hai voglia di vedere le sue storie, allora è una città che ha davvero tantissimo da offrire. Spero che non sembri un'ode ad Ankara.

Burak:
Ma sì, lascia che lo sia!

Engin:
Visto che siamo due persone di Ankara, sembra che ne stiamo parlando così solo per quello... ma dato che è penetrata tantissimo in ciò che scrivo e la uso moltissimo come sfondo, Ankara per me è fondamentale. Ci penso spesso. Ogni volta che scrivo qualcosa, mi vengono in mente quelle strade, le strade di Ankara.

Engin Akyürek e Burak Tamdoğan durante un incontro con i fan nel 2018 per la pubblicazione di Sessizlik

Capitolo 2 - Le storie, la natura e lo sguardo sulle persone

Ankara lascia spazio a un altro elemento fondamentale dell'universo narrativo di Engin: il rapporto con la natura. Dai quartieri popolari ai gabbiani di Istanbul, ogni incontro diventa occasione per osservare, comprendere e raccontare. Perché, prima ancora di scrivere, un narratore impara a guardare.


Burak: 
Nei tuoi racconti, ad esempio, ci sono storie di colletti bianchi. Altre in cui si percepisce chiaramente l'ambiente delle baraccopoli... non lo dici esplicitamente, non scrivi mai gecekondu, ma dalla tua descrizione si capisce benissimo. Voglio dire, quella casa dei matti (il racconto Deliler Evi), per l'amor di Dio! Quale casa ha le pareti di lamiera? È chiaramente un gecekondu. Però io, per esempio, il quartiere di gecekondu di Istanbul non lo conosco.

Engin:
Ci saremo andati per qualche ripresa cinematografica, al massimo.

Burak :
Ah, sì, giusto quel tanto.

Engin:
Lo conosci attraverso il cinema.

Burak:
Esatto. Ma ad esempio, quel colletto bianco nei tuoi racconti non è il classico colletto bianco di Istanbul. Quello che racconti tu è un colletto bianco di Ankara. Uno tormentato, che beve… uno che quando perde la testa non va a sfogarsi in un bar o in un pavyon (quartiere pieno di locali notturni), ma vive il proprio dramma a casa, nel proprio letto. Beh, lasciami fare una piccola introduzione da qui. In questo tuo ultimo libro di racconti, anzi in realtà in entrambi gli ultimi due, ho visto uomini simili tra loro. Hanno quell'aria di persone abbandonate, tristi, chiuse in se stesse. E si somigliano. Tra l'altro, ad Ankara ce ne sono a migliaia così. Forse anche noi due siamo stati un po' come loro, un tempo.

Engin :
Forse sì.

Burak:
Questa parte si capisce, ma ad esempio c'è quel racconto del cervo (Geyik) - così presentiamo anche un po' il libro da qui - lì c'è una storia legata alla natura. Ora, per quanto ne so, tu in realtà vivevi a Mamak.

Engin Akyürek:
No, a Dikmen.

Burak:
A Dikmen. Ah, va bene. Ecco, cercavo di capire questa cosa. Il tuo rapporto con la natura è molto probabile che derivi da lì. Ad esempio, il fatto di essere cresciuto con i tuoi nonni che provenivano dalla campagna ti ha trasmesso un legame con la natura, però mi interessa il tuo rapporto con lei, il modo in cui ti collochi rispetto a essa. Perché, secondo me, questo è uno dei due pilastri del narratore: "Dove colloca se stesso nel mondo, nella natura?".

Engin :
Che bella domanda. In realtà, se si guarda la cosa dall'esterno, quando si parla di natura vengono subito in mente cose del tipo: "Dai, andiamo a fare un campeggio. Dov'è la tenda? Andiamo a girare per monti e valli..." e così via. Ecco, noi non siamo mai stati quel genere di persone. Io non sono così. Però credo che il viaggio di questo libro si leghi a una cosa su cui ho iniziato a riflettere molto negli ultimi anni. Cioè: l'uomo, la natura, noi dove ci collochiamo in tutto questo? E dove andremo a finire? Dove resteremo? Ora siamo qui, ma dove saremo tra vent'anni? Per me questa domanda ha un valore enorme. Dove andrà l'umanità? Certo, questo è un argomento enorme, molto profondo. Dove andrà l'umanità? E noi dove ci ritroveremo tra cinquant'anni? Sotto ogni punto di vista. Negli ultimi anni, più ancora che chiedermi dove andrà l'umanità, ho iniziato a chiedermi: "Qual è il mio rapporto con la natura? Qual è il mio rapporto con un animale? Qual è il mio rapporto con la strada?" Oppure: "Dove sta andando questo rapporto?"
Quei racconti sono nati così. Non sono partito dicendomi: "Adesso scriverò una storia sul rapporto tra l'uomo e la natura" , ma quei temi si sono infiltrati da soli, si sono insinuati nella storia. Io, del resto, non scrivo pianificando troppo la trama, non ci riesco. Mi arriva un'idea, qualcosa... e tutto quello che sto provando in quel momento, tutto ciò che in quel periodo è un mio tormento, oppure quello che mi occupa la mente, i dubbi che ho, oppure anche ciò che in quel momento mi fa stare bene... mentre scrivo, tutto questo si deposita dentro le frasi.
Molto probabilmente, nel periodo in cui è nato questo libro, mi stavo chiedendo: "Noi, come esseri umani, come decideremo il nostro rapporto con la natura?" Questa è al tempo stesso una decisione individuale, ma anche una decisione enorme. Che tipo di rapporto avremo? Come sarà? Questo è un tema importante.

Burak:
Mentre noi pensiamo erroneamente di esserci separati da essa...

Engin Akyürek:
Esatto. Forse anch'io ho pensato di esserne separato. Forse anche io mi sono isolato. Forse anch'io per molto tempo, ho fatto finta di non vedere. Presi dalla corsa quotidiana, da questo e da quello, dalla vita... Ma c'è qualcosa con cui tutti noi prima o poi dovremo fare i conti.
Un giorno ci ritroveremo faccia a faccia con un albero. Un giorno ci ritroveremo faccia a faccia con una creatura della natura, in un modo o nell'altro succederà. Non possiamo sfuggirgli. E quando succederà, potrà essere un confronto positivo oppure negativo. Ma non possiamo evitarlo.
Voglio dire, la natura funziona così, io lo ripeto sempre. Il gabbiano che vola qui sopra, nel cielo di Istanbul... noi non sappiamo da quante migliaia di anni vive qui, da padre in figlio, in qualche modo... Tremila, cinquemila, diecimila anni, non lo so. Ma vive qui. Io, invece, sono arrivato a Istanbul da poco. Cioè, lui mi guarda come fossi l'ultimo arrivato! Quindi, sono io che devo portare rispetto a lui, o è lui che deve portare rispetto a me?

Burak:
Su questo vorrei dire una cosa...

Engin:
Ecco, c'è una cosa che non dobbiamo dimenticare: dobbiamo capire che non siamo gli unici a vivere su questo pianeta. Non ci siamo solo noi. Come esseri umani, non siamo soli. Oltre a noi esistono tantissime altre creature viventi. E non è solo una questione di portare rispetto – cosa che ovviamente dobbiamo fare - dobbiamo proprio comprendere le altre creature, la natura. L'essere umano ha il dovere di comprendere tutto questo. Ma dobbiamo trovare una strada, quindi la domanda è: come sarà tra cinquant'anni? Certo, non mi è facile dare una risposta personale, ma credo che qualcuno debba pur iniziare a risponderne.

Burak:
O almeno cercare una risposta. Vorrei dire una piccola cosa per chi ci ascolta. Ogni volta che ci incontriamo, non so se ci fai caso... ma è una cosa di cui io sono molto consapevole e che amo molto, per i primi 15-20 minuti parliamo sempre dei gabbiani che vedi da casa tua.

Engin:
Sì!

Burak:
Ne abbiamo parlato anche oggi. Abbiamo parlato dei piccoli che sono là fuori, dell'altro gabbiano che è arrivato...

Engin :
Abbiamo una specie di saga infinita con i gabbiani.

Burak:
Ne parlavamo già nella tua casa precedente, e quella storia è persino diventata il soggetto di un mio racconto. Ne parliamo sempre. Poi tu hai un gatto, e ovviamente parliamo anche di lui. Ma perché diciamo questo? Non ne parliamo tanto per fare o per lamentarci dei disagi che creano. Tu li racconti proprio. Ed è un punto di vista bellissimo, perché ti collochi esattamente nello stesso punto in cui si trova il gatto che, quando vede quell'uccello, si ferma muovendo appena la coda. Tu ti fermi lì, a osservare mentre racconti. Non ne parli con la superiorità di chi dice "ah, questi gabbiani...". Oggi hai persino difeso i gabbiani dicendomi: "Tutti parlano dei corvi, ma guarda che anche i gabbiani sono intelligenti, fratello mio!". Mi hai fatto una vera e propria arringa in loro difesa!

Engin:
Penso davvero che il gabbiano sia una creatura a cui non è stato riconosciuto il giusto valore. Secondo me sono stati studiati troppo poco. Secondo me le autorità dovrebbero occuparsene: ci sono pochissime ricerche sui gabbiani di Istanbul e si è detto troppo poco su di loro. Io dico questo: i gabbiani svolgono un lavoro fondamentale a Istanbul. Penso a come ripuliscono la città da ogni genere di sporcizia e rifiuto. Facciamo un'ipotesi: togliamo i gabbiani da Istanbul per una settimana. Davvero, non si riuscirebbe a camminare per quanta sporcizia ci sarebbe in giro.

Burak:
Mare incluso, giusto?

Engin:
Mare incluso. Lo vedo con i miei occhi. È un pulitore eccezionale, un animale straordinario.

Burak:
Caspita, c'era una storia bellissima su questo, ma non ne parleremo adesso perché sarebbe troppo lunga. Però voglio dirne almeno una cosa, anche a nome tuo, perché per me è davvero importante. La caratteristica principale, la prima qualità di un narratore, è la fame di comprendere.
Per quella storia del gabbiano, sei arrivato perfino a rivolgerti alle associazioni ornitologiche per cercare di capire che cosa fosse successo. Qualcuno potrebbe dire: "E allora? Che cosa cambia se lo capisci? Vuoi diventare un esperto di gabbiani?" Non importa affatto, abi. Questa è la prima azione di un narratore: la fame di comprendere.



Engin Akyürek sorridente seduto sull'erba durante il suo tempo libero


Capitolo 3 - L'amore, l'ironia e le emozioni che diventano storie

Perché nei racconti di Engin Akyürek l'amore raramente è semplice? Burak prova a scoprirlo partendo dalle sue storie, ma la conversazione si allarga presto alla recitazione, ai sentimenti e alla continua ricerca di emozioni ancora sconosciute.


Burak:
Ma passiamo alle storie d'amore nei tuoi racconti... In generale, ce n'è una che mi ha colpito in un modo incredibile. In questo momento non ricordo il titolo preciso, ma è quella in cui lui la vede in sogno e lei dice: "Chiudi gli occhi. Continuiamo". Mamma mia. Mi sono scese le lacrime agli occhi.

Engin:
Ti è piaciuta quella storia?

Burak:
L'ho amata. Nelle tue storie non c'è mai un amore felice. Ce n'è solo una, in cui invecchiano insieme e tutto il resto, ma anche lì la felicità arriva dopo aver compreso delle cose, e comunque lei è gravemente malata... Insomma, non voglio svelare tutto il libro qui, ecco, ma anche quella felicità è una felicità che arriva dopo essere stata filtrata, distillata. Non è una felicità spensierata, da lay lay lom (espressione turca che richiama un’allegria leggera e spensierata). In senso generale, non voglio trarre la conclusione che siano sempre brutte storie d'amore. No, non è questo. Mi interessa il tuo modo di vedere l'amore. Perché è evidente che, in questi racconti, c'è qualcosa che tiene tutto in equilibrio. Partendo proprio dai tuoi racconti, ti andrebbe di raccontarmi un po’ Engin e il suo rapporto con l'amore?

Engin:
Beh, in realtà, anche se quei personaggi non sono me e non rappresentano in tutto e per tutto la mia visione della vita o dell'amore, sono comunque cose che si infiltrano nei racconti attraverso le mie parole, le mie frasi e ciò che immagino in quel momento. Certo, può esserci anche questo, ma non vorrei impostare la questione in modo banale. Non vorrei dire che una cosa felice, o in cui tutto va a gonfie vele, non merita di diventare una storia. Dipende un po' da cosa preferisci, da come scegli di vedere le cose. Credo che nei miei racconti, così come nei miei personaggi, non si cada mai in un luogo del tutto negativo o troppo oscuro. Anche se alcune delle mie storie meriterebbero di essere cupe, non lo diventano. Perché io, per scelta, nella vita preferisco sempre l'altra prospettiva. Preferisco l'ironia. E quando si parla di quelle cose chiamate amore o relazioni, credo di amare proprio l'ironia, quel modo in cui realtà e immaginazione si incontrano.
In fondo ci credo davvero. Nella vita lo dico sempre: la gente ci conosce attraverso la televisione, i personaggi che interpretiamo sono innamorati, ma non sappiamo come continui la loro vita. Il pubblico conosce solo la parte visibile. Pensiamoci un attimo: in Titanic ci sono queste due persone profondamente innamorate, e poi c'è la scena finale in cui le loro mani scivolano via l'una dall'altra e lui affonda nel mare; ma con estrema probabilità, se si fossero salvati, una settimana dopo a New York si sarebbero lasciati. Eppure, ciò che rende potente quel film è proprio quell'istante.
È l'istante creato dalle loro mani che si separano in quell'acqua gelida. La forza del cinema sta qui. In realtà anche nella letteratura, nei racconti, l’obiettivo è riuscire a cogliere quell'elemento ironico che esiste dentro quegli istanti. È questo che mi interessa. Io non sono mai stato un uomo che vive secondo schemi rigidi, uno capace di dire nella vita "io sono fatto così". A me piace aggiornarmi, mi piace cambiare; oggi mi ritrovo molto lontano dal punto di vista in cui mi trovavo cinque anni fa. O ancora prima... La mia storia si è sempre evoluta così.
Per questo io non... certo che ho le mie preferenze nella vita, ma non ho mai avuto una visione generale e rigida. Non ho mai avuto una definizione per l'amore. Ma se certe sensazioni arrivano a toccare determinati punti... credo sia proprio questo a creare la storia. Per usare la tua espressione, è questo che crea il narratore, il raccontare. Ed è così anche nel cinema: ciò che crea la storia è il fatto che i due non riescano a stare insieme.
Ed è proprio il conflitto che nasce dopo essersi uniti a creare la narrazione. Nel mio caso, amo raccontare partendo da un punto di vista ironico. Due persone si incontrano, cercano di stare insieme, ma c'è sempre una situazione ironica che si mette in mezzo.

Burak:
Questa ironia è un elemento che usi anche nella tua recitazione.

Engin:
Sì, la amo. Amo usarla. Però non saprei darne una definizione precisa per me stesso. Non potrei mai dire: "Io guardo all'amore e alla vita da questa prospettiva, ed è per questo che i miei racconti sono così".
Altrimenti finirei per limitarmi e bloccarmi in un angolo. Ad esempio, Sessizlik (Silenzio) era un libro molto più ingenuo e delicato rispetto a questo. Lì c'erano gli anni '90, la mia infanzia, Ankara, erano storie più candide...

Burak:
Anche i personaggi erano più fanciulleschi.

Engin:
Sì, era quel tipo di storia. In quel periodo era venuto fuori quello. Per questo quello che scrivi cresce insieme alla tua vita, insieme a ciò che stai vivendo in quel momento.

Burak:
Man mano che si cresce. Allora, tu come vedi l'amore? Da quello che hai detto finora, io capisco più o meno questo: loro si prendono per mano, vivono quella lotta ed è proprio quella lotta che vale la pena vedere... però poi che cosa succede? Magari si lasciano.

Engin:
Sì.

Burak:
Ma secondo me ti interessa anche quella parte lì. Perché c'è nei tuoi racconti. Ti interessa anche la parte della separazione. Allora la mia nuova domanda è questa: vedi, ti interessa la separazione. Come scrittore e come attore, sviluppi una relazione esplorandone la profondità e gli intricati conflitti, e alla fine la porti a conclusione. Ma quando viviamo la nostra vita privata non facciamo così. Perché se pensi fin dall'inizio alla fine, non arrivi da nessuna parte.
In questo dilemma, che tipo di ruolo ha tutto ciò nella tua vita? Non ti sto chiedendo della tua vita sentimentale, quella la conosco già. Mi concentro sulla parte che interessa a me - lasciamo pure che i curiosi si tengano la loro curiosità in tasca - a me interessa sapere se, come narratore, mentre scrivi un racconto o reciti, ti prendi cura della storia e questa entra in conflitto con la tua vita privata... Cioè, a volte ci sbatti contro? Per esempio, a me capita.

Engin:
Guarda, se succede, cerco di fare attenzione a una cosa. Mi accorgo che, se l'emozione che devo interpretare o quella che sto per scrivere è un'emozione che conosco, allora è una cosa bellissima. Se conosco quell'emozione, se ce l'ho dentro di me, o comunque da qualche parte dentro di me, allora è okay, mi dico che va bene. Però conoscere, a volte, è anche una cosa pericolosa. Credi di conoscere qualcosa, ma in realtà è molto più lontana di quanto pensi. Conoscere qualcosa, sapere qualcosa, a volte è pericoloso. Soprattutto quando reciti. Anche tu l'avrai provato. Sei convinto di conoscere benissimo un'emozione, ma proprio questa convinzione finisce per impedirti di scoprirla davvero. Perché conoscere, sapere... è qualcosa di definito. Ha un colore. Ha un odore. Invece tu vuoi scoprire qualcosa che ancora non conosci. Vuoi arrivarci. C'è qualcosa di più avventuroso in questo. Ci entri dentro, ci infili la testa. Una cosa che già conosci, invece, è più rassicurante.
Pensi di averla averla in pugno, inizi a recitare ma poi ti accorgi che in realtà non c'è nulla. Credevi solo di conoscerla.
Anche quando scrivo emergono sentimenti simili. Cioè, qualcosa che pensavi di conoscere e sapere, alla fine si trasforma in una cosa noiosissima. Scrivere di qualcosa che già conosci è noioso. Intendo la realtà... Io lo dico sempre: scrivere la realtà pura - d'accordo, la realtà è una cosa straordinaria, c'è quella sensazione di vero che è bella - però scrivere la realtà così com'è, ad esempio, non mi entusiasma. Non lo trovo stimolante.

Burak:
Hai proprio un racconto su questo, in effetti.

Engin:
Quale?

Burak:
Un racconto in cui c'è un personaggio che trova noioso scrivere la realtà.

Engin:
Sì, c'è. Perché lo penso davvero, lo sento dentro di me. Ci sono state così tante storie che mi sono capitate nella vita reale e mi sono detto: "Caspita, abbiamo vissuto questa cosa, dai, scriviamola, è una storia fantastica!". Mi sedevo con tutta la voglia di scriverla, eppure non ci riuscivo... Perché quella cosa è già reale, è già successa. Quando inizi a scriverla, se non inserisci la finzione o se non pieghi e modelli quella realtà, il punto che raggiungi alla fine è diverso da quel punto reale da cui sei partito. E allora dove sta il senso? Ecco perché in questi momenti il modo di guardare l'amore e la visione della vita, sono ovviamente fattori determinanti, cose preziosissime.
Perché in fondo, ciò che sei, il tuo bagaglio, la tua esperienza di vita, sono aspetti che si trasferiscono e si riflettono inevitabilmente in quello che scrivi. Non scrivi qualcosa di slegato da te; così come quando reciti, immagini in qualche modo i personaggi che hai conosciuto nella tua vita, li vedi, o distilli qualcosa da loro per metterlo in scena. Però, ciò che pensi di conoscere, ciò che credi di avere in pugno, non sempre ti fa sentire bene.
Io preferisco le emozioni un po' più inquiete, quelle che non conosco e che cerco di inseguire. Naturalmente quello scorrere di emozioni, quella linea, appartiene al mio sentire. È qualcosa che appartiene alla mia natura, al tipo di persona che sono. Riguarda il mio carattere. Alla fine, da lì non esce qualcosa di diverso dalla mia natura, non viene fuori qualcosa di totalmente diverso. Le reazioni di quei personaggi, in qualche modo... Non dico "io sono così", ma sono cose che appartengono alla mia percezione della vita, al mio bagaglio emotivo. Non sono sentimenti che mi sono estranei o che non conosco. Sono molto belli. Non so se sono riuscito a spiegarmi bene.

Burak:
Forse io non ho formulato benissimo la domanda, ma tu hai risposto perfettamente. Complimenti.

Engin :
Ben fatto!

Burak :
Bene, torniamo un po' alla recitazione adesso. Anche quella è un'avventura narrativa. Naturalmente lì interpreti qualcosa scritto da qualcun altro, anche se, da uomo che scrive – e tra l'altro hai anche scritto soggetti tuoi che sono stati trasformati in sceneggiature e che hai interpretato in prima persona – ora quando leggi una sceneggiatura, la leggi anche con gli occhi di chi scrive. Ma poi, quando la interpreti, ci scrivi sopra anche tu. Perché, qualunque cosa tu faccia, nel momento in cui dai carne e ossa a quel personaggio, inevitabilmente comincia ad andare in una direzione diversa da quella che era soltanto sulla pagina, naturalmente anche con il contributo della regia.
Naturalmente l'attore cerca in qualche modo di cogliere l'intento dell'autore e di muoversi da lì, ma in quel processo, in un certo senso, stai riscrivendo anche tu. In generale, nei tuoi racconti ci sono personaggi da cui ti tieni a distanza, ma nella tua recitazione la loro distanza è pari a zero, almeno questa è la mia impressione. Voglio dire, come attore, per quanto tu stabilisca una grande distanza con loro, il punto in comune è che in entrambi i casi ti approcci con enorme ironia: cerchi di divertirti con i tuoi personaggi.


Engin Akyürek nel ruolo di Mustafa Bulut, antieroe per eccellenza nella serie tv Bir Bulut Olsam


Capitolo 4 - Scrivere e recitare: due modi di raccontare

Per Engin Akyürek non esiste una vera separazione tra scrittura e recitazione. Entrambe nascono dalla stessa necessità: leggere, osservare, immaginare e dare vita a un personaggio. In questo capitolo racconta cosa significa davvero essere un narratore.



Engin:
Sì, questo ha a che fare un po’ con la mia visione della vita. Tu mi conosci bene e per questo riesci a farmi questa domanda con grande naturalezza. Sì, amo l'ironia nella vita. Mi piace l'idea di piangere dove dovremmo ridere e di ridere dove dovremmo piangere; amo la volubilità dei sentimenti e la complessità intrinseca alle situazioni della vita. Lo trovo significativo, mi piace leggere la vita anche così, percepirla da un punto di vista un po' ironico...

Burak:
È proprio lì che nasce il suo sapore.

Engin Akyürek:
Esatto, il gusto sta lì. Secondo me la vita non è semplicemente bianca o nera, in mezzo ci sono così tanti colori, così tante sfumature. E poi c'è un altro aspetto: scrivere – e anche tu scrivi e sei un attore – scrivere e recitare non sono cose poi così diverse. Ricordo che, quando uscì il mio primo libro, mi resi conto di una cosa: in Turchia, diciamo nel mondo del teatro o del cinema, ma anche tra la gente comune, per strada, l'aspettativa nei confronti degli attori non è mai stata altissima a livello intellettuale. Eppure, se ci rifletti, la recitazione è un mestiere che è totalmente immerso in questo processo creativo.
Non lo dico per dare un significato speciale alla recitazione o per metterla su un piedistallo, ma un attore può benissimo scrivere, può creare qualcosa. Un attore può appassionarsi a qualcosa che apparentemente non lo riguarda direttamente e può avere curiosità intellettuali. Dopotutto, il nostro è un mestiere che si fonda sulla lettura. Fin dal momento in cui scegli di fare questo lavoro, la cosa che devi fare più di ogni altra è leggere.

Burak :
La necessità di leggere è la cosa meno conosciuta in assoluto.

Engin:
Se non leggi, come attore inizi a rimanere tagliato fuori da questo mondo. Inoltre, nel viaggio intrapreso per dare vita a un personaggio, tu stai effettivamente creando e scrivendo quel personaggio. Lo sceneggiatore pensa a qualcosa, il regista immagina qualcos'altro e anche tu, come attore, visualizzi la tua parte. Tre persone si uniscono, tre pietre miliari si fondono e ne viene fuori un personaggio. L'attore è già di per sé un narratore, è qualcuno che deve scrivere qualcosa. Che poi tu lo metta nero su bianco sotto forma di racconto letterario o meno... nel suo mondo immaginativo l'attore scrive e costruisce costantemente qualcosa.
Secondo me, da questo punto di vista, non ci si aspetta un'azione simile da un attore. Ho dovuto affrontare questa situazione quando ho pubblicato il mio primo libro. Mi dicevano: "Ma come, adesso un attore pubblica un libro?".
Naturalmente, se sei un attore di serie televisive, la reazione è stata del tipo: "Ma che bisogno c'era? Perché hai fatto una cosa del genere? Ah, ma è davvero un libro suo?". Non saprei citare un episodio specifico, ma è una sensazione che ho avvertito chiaramente. Come a dire: cosa c'entra la recitazione con la pubblicazione di un libro di racconti?

Burak:
“Che bisogno ne avevi…”

Engin:
Proprio così. Eppure fa tutto parte dello stesso bacino, sono elementi che si toccano continuamente. Sono i protagonisti principali di ciò che tu hai definito con una sola parola: "narratore". Scrivere e recitare non sono due mondi distanti... Non è necessario prendere carta e penna e mettersi a scrivere.
Se riesci a rendere tridimensionale il personaggio che interpreti, se riesci a raccontarlo davvero, allora hai già scritto qualcosa. Ma devi scriverlo tu, appartiene a te, in quanto attore.
Devi completare questo processo nella tua mente e metterlo nella giusta prospettiva. Ecco perché penso che la scrittura e la recitazione siano strettamente collegate.

Burak:
Insieme alla lettura.

Engin:
Senza la lettura... non so, mi sembra davvero difficile che tutto questo possa esistere. E se succede, è solo questione di un po’ di fortuna. Oppure, non lo so, significa che continuerai sempre a girare dentro un cerchio molto piccolo.
Perché a forza di leggere, leggere e leggere, impari a conoscere personaggi diversi, personaggi nati da menti differenti, ed entri nel loro mondo immaginario. In fin dei conti, tutti i personaggi dei romanzi che ho letto sono miei amici. Abbiamo camminato insieme, abbiamo chiacchierato. Certo, la maggior parte non riesco a ricordarmela con precisione. Quei libri se ne stanno lì, da qualche parte nella nostra libreria. Ma se me lo chiedessi... so che sono lì, custoditi in un angolo. Esistono da qualche parte. E ti arricchiscono. Nel momento peggiore, in quello di massima disperazione, ti ricordano qualcosa. Offrono un contributo al tuo universo emotivo. Possiamo imparare tantissime cose dai romanzi. Da un buon romanzo si può imparare davvero molto.
Perciò fammi tornare all'inizio della frase, o meglio, alla tua domanda iniziale: se non mi definisco uno scrittore, è proprio per il rispetto che provo verso la letteratura.
Ci sono grandissimi scrittori, sia nella nostra letteratura che in quella mondiale, abbiamo letto opere straordinarie e dobbiamo moltissimo a quegli autori per il nostro bagaglio emotivo. Per fortuna ci hanno permesso di accedere, attraverso l'immaginazione, a sentimenti e luoghi che non avremmo mai potuto vivere nella realtà. Ci hanno fatto provare quelle emozioni in quelle strade. Io le ho vissute e assimilate attraverso la mia fantasia. Ora sono depositate da qualche parte. Di molti libri ormai mi sono dimenticato, sono passati anni da quando li ho letti o magari non erano nemmeno come li ricordo.
Però so che restano lì e sussurrano qualcosa. Penso che se non ci fossero stati loro, oggi non sarei davvero l'Engin che sono. Per questo credo che più questi personaggi, queste sfumature e la buona letteratura entrano dentro di noi e nel nostro mondo, migliori diventiamo e senza voler dare alla mia frase un tono troppo didascalico, penso che ci porti in un luogo in cui possiamo conoscere meglio noi stessi.
Il viaggio di un essere umano alla scoperta di sé inizia un po' da qui. Non arriviamo a conoscerci all'improvviso, né diventiamo persone straordinarie da un giorno all'altro. E non raggiungiamo una meta in un colpo solo... Il viaggio è proprio questo. Ecco perché la letteratura, secondo me, ne rappresenta uno dei punti cardine.

Burak:
Man mano che conosciamo gli altri, impariamo a conoscere noi stessi e, di conseguenza, credo, diventiamo capaci di metterci al loro posto.

Engin:
E poi loro diventano nostri amici. Quegli eroi, tutti i personaggi dei grandi romanzi, restano custoditi dentro di noi, da qualche parte e ci resteranno finché vivremo. Perché hanno toccato una parte di noi e hanno contribuito a plasmare il nostro carattere. Per questo la letteratura è così importante. Nella vita possiamo rinunciare a molte cose, ma non rinunciamo alla lettura e alla letteratura.


Engin Akyürek mostra il suo ultimo libro İsimsiz, durante il firmacopie tenutosi a Istanbul


Capitolo 5 - I racconti, il cinema e il potere dell'immaginazione

Che cosa succede quando un libro diventa un film? E perché alcune opere sembrano impossibili da adattare? Engin riflette sul rapporto tra letteratura e cinema, sull'immaginazione del lettore e sul modo in cui nascono i suoi racconti.



Burak:
Una domanda. Questa è una domanda un po' "gossippara", ma in senso letterario: il nostro tipo di gossip: ti è mai capitato nei film o nelle serie che hai girato di imbatterti in uno dei personaggi che avevi scritto tu? Qualcuno per cui ti sei detto: "Ma questo l'avevo già scritto io!"?

Engin:
Intendi dire... incontrarlo nella vita reale, dopo averlo scritto?

Burak:
Sì, ma intendo dopo averli scritti. Sai, c'è un modo in cui impariamo a conoscerli, a vederli...

Engin:
In realtà io scrivo più situazioni che personaggi. Più che fare un'analisi di un personaggio, per me conta il momento che lo definisce. È la situazione in cui vive, quell'attimo a renderlo ciò che è. Ecco perché amo la forma del racconto. Per questo amo gli istanti che ci sono nei racconti. Non c'è un parallelismo diretto… Ogni tanto parliamo anche della possibilità di scrivere un romanzo… ci diciamo: "Perché non scriviamo un romanzo?"... Ma scrivere un romanzo richiede un'altra patente, è un altro tipo di viaggio. E non lo dico solo per la lunghezza delle pagine. Scrivere un romanzo significa, proprio nel senso che dicevi tu, descrivere un personaggio nei minimi dettagli. Renderlo effettivamente tridimensionale. Questo, nei miei racconti, non mi è ancora successo. Il romanzo significa costruire un mondo molto più grande e permettere al lettore di fare un viaggio insieme a quel personaggio. Così come i grandi personaggi dei romanzi sono diventati miei amici — non che debbano per forza diventare degli amici - il lettore accompagna quei personaggi per trecento, cinquecento pagine, o quante ne abbia il romanzo. Entra in quel viaggio. Li fa vivere dentro il proprio mondo. Ecco, io non scrivo così. Non è che lo eviti deliberatamente mentre scrivo, ma non appartiene molto al mio stile di scrittura attuale.
Preferisco creare un luogo oppure una situazione e raccontare una storia attraverso la reazione del personaggio che ho creato — il narratore o quel personaggio di una certa età — di fronte a quella situazione. Ovviamente... quelle situazioni esistono davvero. Io le ho vissute.
Nella mia vita esiste un corrispettivo delle reazioni che quei personaggi hanno in quei momenti. Ma quei personaggi, come persone, non li ho mai incontrati. E, tra l'altro, è una cosa molto difficile.
Anche tu fai l'attore. I personaggi che interpretiamo, li conosciamo o li vediamo nella vita reale? Ci capita di incontrarli? A volte sì, ci capita. A volte li osserviamo da lontano. A volte li riconosciamo ancora prima di interpretarli. Diciamo: "Ecco, era proprio lui. Era quel tipo d'uomo, aveva quella determinata caratteristica. In un momento della mia vita aveva sfiorato anche me." Insomma, non è affatto facile incasellare una cosa del genere. In fondo si tratta di emozioni. Sono le emozioni che quel personaggio porta dentro al tuo vissuto. Ad esempio, la relazione che quel vecchio stringe con quel cane mentre scrivi... è una fotografia che hai visto lì durante la tua infanzia, qualcosa che una fotografia vista da lontano ha evocato in te. Un'emozione. Un momento. La sensazione profonda racchiusa dentro quell'istante. È questo. Io credo che tutto ciò sia prezioso e cerco di costruire qualcosa partendo da qui.
Vediamo un po'... siamo arrivati già a tre libri. Adesso chissà fin dove si spingerà questa cosa? Cosa farò? Non ho alcuna pretesa, non mi dico "scriverò questo o quello, andrò in questa direzione".
L'unica cosa che so è che la scrittura mi dà tantissimo. So che mi fa bene. E finché avrò la forza di continuare... Perché non ci si può sedere e dire: "Adesso scrivo un racconto", forzandosi a farlo. Finché riuscirò a scrivere, finché verrà naturalmente, questo percorso continuerà.

Burak:
Finché sarai curioso e continuerai a fare ricerca, secondo me scriverai.
Perché secondo me sei un bravo narratore. E lo dico al di là del bene che ti voglio come persona. Mi piace anche la tua scrittura. Io dico sempre a tutti una cosa: "Non riuscite a leggere un libro, ragazzi? Significa che avete scelto il libro sbagliato".


Engin :
Ah, vedi! Questa è bella. Credo anch'io che esista un libro adatto a chiunque.


Burak:
Non riesci a leggerlo? Mettilo da parte e passa a un altro.

Engin:
Guarda, questa è davvero una bella cosa.

Burak:
Se oggi sono un lettore così appassionato è solo per questo...

Engin:
Questa te la rubo!

Burak:
Prendila pure, è tua.

Engin:
Dico sul serio, te la rubo. La userò anch'io.

Burak:
Usala pure.

Engin:
È giustissimo. Perché secondo me esiste davvero un libro per tutti.

Burak:
Sì. E poi, pensa a quello che dicevi poco fa: dicevi che i personaggi sono nostri amici, che fanno parte della nostra vita. Io spiego sempre questa cosa alle persone, dico: "Quante persone può arrivare a conoscere un essere umano nel corso della sua vita? Quante culture può esplorare? Di quante persone può sondare l'animo profondo? Se invece leggi libri, non ci sono limiti". Puoi andare a Kuala Lumpur, un posto dove non sei mai stato, e conoscere la cultura locale e la storia di una bambina che vive lì.

Engin:
E in più, quel mondo lo crei dentro la tua immaginazione, nel tuo subconscio, con le tue immagini visive. Ecco perché nessun grande capolavoro della letteratura, quando viene adattato per il cinema, riceve mai il valore che merita dal pubblico. Perché io quel libro l'ho letto. Quel libro è custodito nella mia immaginazione. L'ho creato io. Quei protagonisti esistevano già nella mia mente. Erano una mia creazione. Sullo schermo, invece, cosa succede? Si vede solo qualcosa di bidimensionale. Tutto si limita allo spazio mostrato dal regista e all'interpretazione creata dall'attore.
Non so se ci hai fatto caso, ma i film di successo tratti da opere letterarie sono solitamente basati su libri di medio livello.

Burak:
Sì, esatto. Perché il romanzo in quel caso non ha poi così tanto spessore.

Engin:
Esatto, perché il romanzo di partenza è un'opera discreta, ma il regista ha la possibilità di prenderlo e sviscerarlo in profondità. Se invece l'opera di partenza è già un capolavoro assoluto... come fai a trasformare Delitto e castigo in un film cinematografico? Eppure è stato fatto, è stato adattato tantissime volte. Lo hanno fatto i russi, e sono state create un'infinità di storie simili basate sul concetto di delitto e di colpa. Ma non potrà mai reggere il confronto. Perché lì c'è già la letteratura. Quando leggiamo quel romanzo, ogni singola volta visualizziamo l'istante del delitto all'interno della nostra personale immaginazione.
Quale regista potrebbe mai mostrarlo? Quale attore potrebbe interpretarlo? E quale attore potrebbe mai dare a quel personaggio un riscontro identico a quello che si è formato nella mia immaginazione? È un'impresa difficilissima.

Burak:
Hai detto una cosa bellissima. L'immaginazione di un essere umano... Puoi anche adattare Anna Karenina, ma rischi di ridurla a una banale storia d'amore. Come fai a riprendere il tumulto interiore di Anna Karenina?

Engin:
Ma è stato fatto.

Burak:
Sì, è stato fatto. Ma ne viene fuori, appunto, solo una storia d'amore. Altre volte ne tiri fuori un film d'azione. Ma di quell'enorme caverna che Anna Karenina ha dentro di sé, che cosa ne facciamo? Chi la filmerà? Come si può filmare?

Engin:
Non puoi mostrarla. Credo che il cinema, da questo punto di vista, abbia un limite, non credo che abbia la forza per riuscirci. Perché il regista ti mostra dei luoghi ben precisi e da quel momento la storia non appartiene più a me. Ha preso il mio mondo immaginario e lo ha ridotto a un personaggio creato dall'immaginazione e dalla recitazione del regista. Così è diventato bidimensionale. Ma il mio mondo è tridimensionale. Era più profondo. Era in un luogo completamente diverso.
Si sviluppava in uno spazio che esisteva solo nella mia mente. Per questo è difficile. Forse esiste qualche eccezione nella storia, non saprei. Magari c'è un romanzo straordinario che ha avuto un adattamento altrettanto eccezionale, ma io non lo ricordo.

Burak:
Nemmeno io.

Engin:
Forse è meglio che non sia troppo categorico, magari esiste.

Burak:
Però, tecnicamente parlando, non sembra una strada molto percorribile.

Engin:
Secondo me il cinema mondiale è arrivato proprio a questo punto: ormai ha accettato che le grandi opere letterarie siano quasi impossibili da adattare e infatti non ci prova nemmeno più di tanto. Credo che uno degli ultimi tentativi sia stato Cime Tempestose, non saprei, il film non l'ho visto. Naturalmente è giusto che si continuino a fare adattamenti. E non è nemmeno necessario usare sempre lo stesso titolo. Basta prendere il nucleo di quella storia e costruire qualcosa di simile. In fondo, sotto il sole, non c'è più nulla che non sia già stato detto. Esistono certi conflitti fondamentali, determinate storie. Noi prendiamo quegli elementi, ne raccontiamo i contrasti in modi differenti e creiamo un film, diamo vita a un racconto. Anche le serie tv che facciamo noi funzionano così. Si prendono alcuni conflitti universali e si sviluppa una storia intorno a essi. Non c'è molta differenza... Ma prendere un'opera letteraria e trasformarla direttamente in un film... non è affatto semplice.

Burak:
Una volta, parlando con un attore rumeno del fenomeno dei film e delle serie televisive turche, gli ho chiesto: "Cosa ne pensi? Ti capita di guardarle?". E lui mi ha risposto: "Sì, le guardo".
Poi, a proposito di quei lunghi sguardi che spesso vengono ironizzati, ha aggiunto questa frase – eravamo a un festival – e mi ha detto: "Credo che, durante quei lunghi sguardi, siamo noi spettatori a riempirli con le nostre emozioni. Ed è proprio questo che mi piace."

Engin:
Bello.

Burak:
L'ho trovata un'osservazione interessante.

Engin:
In realtà ha detto una cosa bella. E ha perfettamente ragione. Certo, quello che dicevi tu...

Burak:
...il motivo originario di quegli sguardi è un altro, ovviamente (legato ai tempi televisivi).

Engin:
Certo, se vuoi muovere una critica alle serie turche puoi facilmente ridurle alla questione dei lunghi sguardi. Ma in realtà, secondo me, oggi non si fa più così tanto come dieci anni fa. Questo perché la soglia di concentrazione dello spettatore è cambiata: tutto deve essere estremamente rapido, l'ingresso degli smartphone nelle nostre vite ha ridotto la nostra capacità di attenzione.
Ovviamente i lunghi sguardi esistono ancora, così come l'uso tecnico dei 50 fotogrammi al secondo (il rallentatore). Persone che si guardano, la musica di sottofondo... È una dinamica inevitabile quando le tempistiche sono così dilatate. Però la chiave sta nel significato profondo di ciò che ha detto quell'attore. Dipende tutto da come lo racconti. Che cosa stai trasmettendo in quel momento? Puoi raccontarlo attraverso la musica, agendo come narratore. Puoi raccontarlo attraverso gli sguardi. Può persino trasformarsi in una sequenza simile a un videoclip. Alla fine hai una colonna sonora, due persone che si guardano e si crea quell'atmosfera intima da videoclip musicale. Ma che tipo di sensazione suscita nello spettatore? È questo l'importante. Che cosa prova? Riceve davvero l'emozione che dovrebbe ricevere oppure no? Secondo me è questo il punto. Se era quello il tuo obiettivo, allora non c'è nessun problema. Ma se non era quello...


Engin Akyürek e Burak Tamdoğan durante il loro tempo libero


Capitolo 6 - Trovare la propria voce

Nel finale della conversazione, Engin Akyürek parla del proprio stile, del linguaggio dei suoi racconti, del rapporto con la poesia e dei progetti futuri. È una riflessione sulla ricerca continua di una voce personale, senza inseguire definizioni o etichette.



Burak:
Bene, ritorno a noi mentre ci avviamo verso la fine dell'intervista. Nel tuo stile, se nel primo libro era meno evidente, in questa terza raccolta noto che iniziano a prevalere delle frasi decisamente più poetiche. Frasi che ormai sfiorano la poesia. E poi... vedi, noi ci conosciamo da tantissimi anni, sei un uomo a cui voglio un bene immenso e il mio desiderio qui è che tutti possano amarti allo stesso modo. Magari potessi mostrare tutto al riguardo. Però, ad esempio, una cosa che io stesso non conosco è il tuo rapporto con la poesia. Per questo ho tenuto da parte questa curiosità per questa conversazione; non ne ho accennato nemmeno prima, durante la nostra chiacchierata in privato. Qual è il tuo rapporto con la poesia? Perché c'è una ricerca poetica, nelle tue parole. E la si ritrova nelle frasi che scrivi.

Engin:
A dire il vero, credo di non averne alcuno.

Burak:
Ma dai…

Engin:
Ti giuro di no. Ovviamente rispetto la poesia, ma scrivere poesie è difficilissimo. Non ho mai scritto una poesia. Non ci sono mai riuscito. Ci ho provato in passato, ma non faceva per me. Trovo che scrivere poesie sia una delle cose più difficili in assoluto e ho un rispetto immenso per i poeti. Riuscire a scrivere poesie mantenendo una coerenza stilistica non è da tutti. Puoi scrivere un componimento, certo, ma la tua seconda poesia potrebbe rivelarsi qualcosa di completamente diverso. Intendo dire strutturare una vera e propria lingua poetica, una metrica... Pensiamo a un libro: riuscire a scrivere trenta componimenti diversi usando la stessa identica impronta stilistica è un lavoro enorme. E anche come lettore, la poesia non è un genere che frequento molto, non fa parte del mio mondo.
Ma… se tu ci hai intravisto qualcosa, non saprei... Però c'è un aspetto reale: io cerco costantemente di creare un linguaggio che sia coerente. In realtà, a me sembra che tutti i miei racconti siano lo stesso identico racconto. Lo so bene. Ecco perché se una parola compare nella prima storia, può tranquillamente ritornare nell'ottava, o lo stesso vale per una determinata frase... E non trovo che sia un limite. Perché, anche se si tratta di vicende ambientate in contesti differenti e anche se i narratori sono diversi e provengono da contesti sociali diversi... in fin dei conti, è sempre la stessa storia. Nel mio modo di vedere formano un unico insieme. Sono come la continuazione l'una dell'altra. Quello che cerco di fare è lavorare sullo stile. Dal punto di vista della scrittura, la cosa più importante per me è questa: puoi avere un'ottima idea in mente, una storia che merita assolutamente di essere raccontata, ma potresti non trovare il modo giusto per farlo. La vera sfida sta nel capire come narrarla, nel trovare la chiave più semplice e immediata per farla arrivare al lettore. A volte mi capita di non riuscire a scrivere una storia di cui sono convinto al cento per cento.
Mi dico: "Questa è un'idea pazzesca, la devo scrivere". Eppure non ci riesco. Questo perché non ho trovato il suo linguaggio... Devo raccontarla in prima persona? Devo usare la voce di qualcun altro? Da dove dobbiamo partire? Una storia deve possedere un'integrità linguistica, devo modellarla all'interno di una struttura che sia un insieme armonioso. Credo di dedicare molte energie a questo aspetto. Il mio obiettivo è che il lettore, sia che legga il primo racconto sia che si trovi al ventesimo, percepisca di trovarsi sempre all'interno dello stesso universo. Anche se le vicende cambiano, l'universo e il linguaggio che lo governa devono rimanere i medesimi.
Per questo motivo mi è capitato spesso di rinunciare a scrivere storie che avrebbero richiesto un registro troppo distante da questo immaginario. Sì, a volte le cose cambiano, è inevitabile. Con molta probabilità, man mano che andrò avanti a scrivere, il mio stile si evolverà e si trasformerà. Scrivere è un po' come fare sport: più ti alleni, più scrivi, più migliori e raggiungi un livello superiore. A volte avverti il bisogno di esplorare un territorio diverso, ma se quel posto nuovo si rivela un luogo che non ti appartiene e che non ami, allora la storia non si lascia scrivere e sei costretto a tornare sui tuoi passi. A me piace questo approccio: voglio che ci sia qualcosa che mi appartenga in modo esclusivo.
Vorrei che il linguaggio dei miei racconti avesse una sua cornice personale. Potrà essere uno stile semplice, potrà ricevere critiche, potrà non piacere... Qualcuno potrà definirlo poetico, d'accordo, ma l'importante è che sia mio. Naturalmente ci sono scrittori che leggo, che apprezzo e da cui mi lascio influenzare; ho colto degli spunti dai loro lavori, ma nel complesso, ora che sono arrivato alla mia terza raccolta di racconti, sento di potermi muovere all'interno di un universo che mi appartiene. C'è un mondo ben preciso e sento che all'interno di quell'universo riesco a creare qualcosa usando le mie parole, la mia immaginazione e la mia struttura narrativa.

Burak:
Io ho preso nota di alcune tue frasi, proprio come si fa con i grandi autori. E, prima di tutto, questa cosa mi ha reso molto orgoglioso di te, ma anche come lettore mi ha fatto dire: "Caspita!". Ecco perché ti ho fatto quella domanda sulla poesia. Pensavo che, come narratore, fosse un elemento...

Engin:
Certo, tu sei una persona che ama moltissimo la poesia e possiedi un linguaggio molto lirico, per questo riesci a scorgerla nei miei testi e capisco perfettamente il motivo per cui tu l'abbia interpretata così.
Però davvero... Riuscire a scrivere una poesia... Prendi il tuo ultimo libro, per esempio... Ecco, io non sarei mai in grado di scrivere un libro del genere. Ci vuole grandissima maestria... Ora, non siamo qui per lodarci a vicenda, però... per me, un'opera così appartiene a un livello completamente diverso, che non potrei raggiungere. Essere in grado di esprimere i propri sentimenti in quel modo... così concisamente... Voglio dire, quello che io potrei spiegare in trenta pagine, tu potresti spiegarlo in due frasi. È tutto un altro livello. Quindi, spezziamo una lancia a favore della poesia: richiede un talento e una sensibilità a parte. Ci ho provato, ma non faceva per me. Non ci sono riuscito, tutto qui. Ci ho provato e non è andata.

Burak:
Secondo me, però, quella poesia c'è già nei tuoi racconti. Ma allora, visto che anch'io ormai ho pubblicato un racconto... posso considerarmi un tuo collega? (In realtà Burak usa l’espressione "fratello d'armi", n.d.t.)

Engin:
Ma assolutamente sì, è proprio così!

Burak:
Bene, iniziamo ad avvicinarci pian piano verso la conclusione. In realtà ci sarebbero così tante domande di cui parlare... Molto probabilmente, una volta spenti i microfoni, continueremo la nostra chiacchierata e quel momento resterà solo nostro. Per il finale, volevo accennare al fatto che... è stata realizzata una serie televisiva basata su un tuo racconto. Ne avevamo già parlato in passato e io ho amato moltissimo quel progetto. Tra l'altro, toccava un problema molto serio per il mondo, incastrandosi perfettamente nel momento esatto di una profonda transizione che stava vivendo il Medio Oriente. E so che ci sono altre storie di questo tipo. Ce ne sono anche in questa raccolta di racconti. Insomma... sono storie che si prestano a essere girate...

Engin :
A quali ti riferisci?

Burak:
Ce ne sono un paio. Per esempio... posso dare un indizio?

Engin:
Ma sì, dai, dallo pure, tanto non ne ho idea! Alla fine si tratta di racconti, non essendo un romanzo credo che tu possa svelare qualcosa.

Burak:
Mi riferisco alla storia di quell'uomo che scrive la vicenda della famiglia del suo compagno di banco. Quello è un film, Engin. È a tutti gli effetti un film. Potresti girarlo tranquillamente e in seguito potresti persino pubblicare la versione originale. Io, ad esempio, sono rimasto folgorato dalla lettera del ragazzo in quel racconto. Quando dice: "Perché hai pensato una cosa del genere? Perché ci hai usati?". E il fatto che poi ne era persino orgoglioso, per esempio. Mi sono detto: la vita di un uomo è profondamente legata a ciò che racconti e a ciò che vivi. E potrei elencare altri racconti simili. Leggeteli, io mi sono divertito moltissimo a farlo. Credo che tra le tue pagine ci siano altre storie con questo potenziale, al di là di quelle già note.

Engin :
Sì, ci sono. Naturalmente Kaçış... ecco, Kaçış è una storia che si colloca completamente al di fuori di tutto il resto... Kaçış è nata da un'esigenza profonda, da un tormento interiore... È stata scritta ed è rimasta per tantissimo tempo sulla carta in attesa di essere girata, aspettando il proprio turno come progetto. Credo che le storie possiedano proprio questo tipo di forza. A volte scrivi qualcosa e quel testo aspetta. Aspetta il suo momento, il posto giusto, le condizioni adatte. Tra l'altro, tu sei stata una delle prime persone a leggerla, una delle prime a cui l'ho raccontata. Ti dicevo: "Ho questa idea in testa"... Era il 2016 o il 2017. E poi, anni dopo, nel 2022, siamo riusciti a realizzarla. Funziona un po' così. L'arte del narrare è la parte più cruciale del nostro lavoro, ma è anche quella che ci richiede maggiore pazienza. Il tempo... Ogni cosa, ogni storia ha il suo tempo biologico... Può trattarsi di un'ottima idea, ma magari non ha ancora trovato il momento giusto o le condizioni adatte. Tu immagini qualcosa... e poi c'è un altro aspetto che anche tu conosci bene, abi: ciò che tu consideri valido, ovvero una "buona storia", in base a cosa lo è davvero?
È un concetto estremamente soggettivo. A volte inizi a scrivere una buona storia, ma poi ti accorgi che sulla pagina non funziona. Magari è un ottimo racconto, ma quando cerchi di trasformarlo in sceneggiatura non rende. La sceneggiatura è una cosa, il racconto è tutt'altro. La sceneggiatura risponde a regole completamente diverse. Può essere un'ottima sceneggiatura, ma priva della concreta possibilità di essere girata.
A volte manca l'impatto visivo. Sono dinamiche molto differenti. Non è che una storia, solo perché è bella, debba per forza essere girata, realizzata o pubblicata. Il valore resta tale a prescindere. A volte certe storie devono rimanere custodite dentro di voi, ad esempio, molte delle mie storie rimangono con me, rimangono lì, nella mia dimensione di narratore. Magari te le racconto a voce, perché a volte sulla carta non dovrebbero stare o forse non avrebbero lo stesso impatto se messe nero su bianco.

Burak :
O forse, chissà, la storia che noi dovremmo raccontare è proprio la tua.

Engin:
Sì, esatto. A volte certe cose devono fermarsi lì.

Burak:
Io, ad esempio, racconterò in giro la storia dell'uovo, anche se tu adesso che sei qui hai preferito non menzionarla.

Engin:
Quella rimarrà custodita da qualche parte. Quella storia ha il suo posto. Non deve per forza arrivare a un lettore, a uno spettatore o a un pubblico. Appartiene al tuo mondo. O magari è una cosa che conosciamo solo in tre. Anche questo significa essere un narratore. Prima dell'invenzione della scrittura, cosa facevano gli esseri umani? Raccontavano. Si tramandavano le storie a voce, appunto. Si raccontavano vicende l'un l'altro. È così che la continuità della cultura è arrivata fino a noi. Voglio dire, non siamo mica nati oggi in questo mondo.

Burak:
Dal punto di vista antropologico ormai è un dato accettato, lo sai. Lo spiega anche Harari (Yuval Noah Harari, storico e filosofo israeliano). Quando il cosiddetto Homo Sapiens è arrivato per la prima volta in Anatolia dall'Africa centrale, sembra sia stato intorno al 65.000 a.C. Lì si imbatte nei Neanderthal, che sono molto più grandi di noi, più muscolosi e ci fanno a pezzi. Ci uccidono. Cinquemila anni dopo, l'Homo Sapiens ci riprova e stavolta attraversa l'Anatolia, il nord, il Caucaso, i Balcani e si espande. I Neanderthal si estinguono. I mammut spariscono. E la domanda è: cosa è cambiato in quei cinquemila anni? Cosa hai fatto di così speciale, abi? La tua altezza non è aumentata. I tuoi muscoli non sono diventati più forti. Sai cosa è successo? Hai vissuto la rivoluzione cognitiva.
A forza di raccontare storie hai creato la storia, hai plasmato una memoria strategica, hai creato credenze, hai creato un passato comune e così, davanti a gruppi umani di dodici persone, ti sei presentato con cento individui uniti.

Engin:
In fin dei conti, penso che sia proprio questo a renderci diversi e speciali rispetto a tutti gli altri: la nostra capacità di raccontare. La nostra attitudine a essere sociali, a usare le nostre abilità relazionali e ad agire collettivamente. Certo, anche in altri esseri viventi esiste la capacità di agire in modo collettivo, ma non è come la nostra. Lì manca la componente cognitiva, manca l'emozione. Da questo punto di vista, è proprio grazie a tale dinamica se siamo arrivati a questo livello. Prova a immaginare se eliminassimo tutto questo dall'oggi al domani...

Burak:
Sarebbe come la storia di quel bambino nel tuo racconto, se ci pensate.

Engin:
Esatto, nella storia dell'umanità la scrittura è arrivata relativamente presto. L'invenzione della scrittura è antica. Ma prima ancora, la storia dell'umanità è arrivata fino a oggi raccontando, raccontando, raccontando, trasmettendo storie da una persona all'altra. Sì, anche quel racconto nasce proprio da lì. E per fare un po' il punto della situazione sulla mia raccolta di racconti, vorrei ricollegarmi a questo concetto.
Sono consapevole del fatto che alcune storie meriterebbero di essere più lunghe. A volte ricevo critiche del tipo: "Sì, d'accordo, ma si sarebbe potuto sviluppare molto di più, si sarebbe potuta dare maggiore profondità". Il mio desiderio, invece, è che chiunque prenda in mano questo libro di racconti riesca innanzitutto a portarlo a termine. E credo molto in questo approccio. Forse, se vedessi una scelta simile nel libro di un altro autore come lettore, potrei non apprezzarla del tutto, ma nel mio caso è una preferenza deliberata. Se una cosa che potrei raccontare in cinquanta pagine riesco a raccontarla in dieci... allora preferisco raccontarla in dieci.

Burak:
In pratica dici: "Inutile stancare il lettore".

Engin:
Beh, non diciamolo così, non vorrei essere scortese! Ovviamente, se un autore riesce a tenermi incollato alla pagina per cinquanta facciate senza annoiarmi e con profondità, non c'è alcun problema. Semplicemente, nel mio piccolo, volevo che le persone leggessero volentieri questo libro.

Burak:
Tra l'altro, lascia che ti dica una cosa: il fatto che le storie siano brevi...

Engin:
Volevo che la lettura scorresse fluida, che raccontasse le cose senza tediare. Ti rendi conto che se riesci a trasmettere quella determinata vicenda con quel preciso numero di pagine e con quel tipo di caratterizzazione del personaggio, allora va bene così, non c'è problema. Certo, si potrebbe descrivere tutto in modo più dettagliato? Sì. Si potrebbe raccontarla in modo più esteso? Ovviamente. Ma io ho preferito fare questa scelta. Al tempo stesso, so anche che parecchi racconti — direi quattro o cinque in particolare — meriterebbero davvero di essere adattati o raccontati in una forma più ampia, magari anche visivamente.

Burak:
Sono d'accordo, ma ti dico la mia opinione personale. Proprio perché non saturi i personaggi e gli eventi, ma lasci le porte aperte, offri al lettore la possibilità di usare l'immaginazione. Questo è il valore aggiunto della brevità, o come vogliamo chiamarla. Se la storia fosse più lunga, saresti tu a varcare quella porta aperta per spiegare ogni cosa.
Invece, posso dire lo stesso per molti dei tuoi racconti: mi regalano lo spazio per immaginare. E non si tratta di una libertà fine a se stessa che ti lascia spaesato a chiederti "ma cosa sta succedendo?" Lasci semplicemente una porta socchiusa. Ad esempio, strutturi i finali proprio così ed è una scelta squisita: ti lasciano con il fiato sospeso, ma subito dopo quel momento di sospensione, nella mente di chi legge iniziano a delinearsi chiaramente tutte le possibili evoluzioni della storia. È da lì che scaturisce il vero piacere della lettura.
In pratica è una forma di interattività interiore. A questo proposito, prima stavo per dirti una cosa sulla tua recitazione. Parlando dei personaggi, l'ironia che c'è nei personaggi che scrivi è la stessa che ritrovo in quelli che interpreti. Tendi spesso verso l'antieroe, eppure oggi possiamo definirti a tutti gli effetti un jön (il giovane protagonista bello e carismatico), giusto? Sei un primo attore, ma sei un protagonista che ama sfidare e scuotere i cliché interpretando l'antieroe; una scelta coraggiosa, perché il mercato non sempre lo desidera. Lo dico pensando a Kaçış. L'uomo di cui mi avevi parlato e il personaggio che poi ho visto sullo schermo... C'erano delle leggere differenze, ma era un uomo in balia degli eventi. Non era affatto il classico eroe della situazione che entra in scena con le armi spianate e risolve tutto da solo. Tutt'altro: è un uomo sballottato da una parte all'altra, disperato e completamente confuso.

Engin:
Anzi, se ricordi, quando ti ho raccontato per la prima volta quel personaggio, in realtà era un tipo un po' diverso.

Burak:
Sì, quando me lo hai descritto all'inizio era un soggetto ancora più irritante.

Engin:
Esatto, e poi insieme lo abbiamo trasformato in qualcosa di migliore. Questo ha a che fare anche con una mia scelta personale. Nei personaggi che interpreto, la storia per me risiede proprio nelle loro debolezze. Certo, nella vita di tutti i giorni potremmo non voler vedere le nostre fragilità. Ma ti dirò: io desidero sempre che i personaggi che interpreto possano esistere per strada. Fortunatamente, finora non ho mai interpretato un personaggio che non potrei incrociare nella vita reale. A volte si è trattato di figure che ho incontrato davvero da qualche parte, un giorno qualunque. Mi è anche capitato di interpretare persone che conoscevo. Persone che avevo osservato da vicino. Di pensare: “Guarda, conosco davvero uno così.”
Ma mi piace l'idea di poter incontrare quel personaggio sull'autobus, per strada, in un bar, in un posto qualsiasi. Un personaggio che non ha alcuna possibilità di esistere nella realtà non fa per me. Significa che non merita di essere interpretato.
E poi mi interessa esplorare le sue debolezze... insomma, qualunque sia la debolezza in questione, tutti noi – tu, io, chiunque – abbiamo delle fragilità umane. Solo che, come esseri umani, non vogliamo affrontarle fino in fondo.
Spesso tendiamo a nasconderle, oppure, nella vita moderna, facciamo di tutto per non mostrarle per evitare di apparire vulnerabili. Perché sappiamo che quando le mostriamo, finiamo per pagarne le conseguenze. Veniamo feriti, la gente se ne approfitta, e così via. Ma ciò di cui i personaggi che interpretiamo hanno assoluto bisogno, affinché lo spettatore possa vederli nella loro totale verità, è che se ne mostri il lato fragile. Altrimenti si rischia di fare una specie di fotoromanzo.
Diventano figure bidimensionali: l'uomo, la donna, l'essere umano, la madre o il padre che si limitano a dire la propria battuta ed enunciare una serie di frasi preconfezionate. Io invece considero preziosa quella sfumatura, e come attore amo raccontare proprio questo aspetto. Quell'approccio da "antieroe" di cui parlavi... insomma, ogni personaggio ha le sue fragilità. Ma la differenza sta in quanto riesci a esplorarle e a condividerle con il pubblico... Inoltre, dato che anche tu sei un narratore, sai che io sono uno che crede profondamente nelle storie. Credo nel potere della narrazione. Il mio unico obiettivo è raccontare quella determinata storia.
E qual è il metodo per farlo? Come attore, devo fare tutto ciò che è in mio potere per rispondere alla domanda: "In che modo noi – come attore, regista e sceneggiatore – dobbiamo raccontare questa storia?". Tu, come regista o sceneggiatore, devi fare la tua parte. E uno dei metodi possibili, per come la vedo io, consiste nel mostrare al pubblico ogni singola sfaccettatura del personaggio, mettendosi totalmente al servizio della trama. Questo è fondamentale: devi servire la storia. È la storia la cosa più importante. Tutto è narrazione. Se manca la storia, non c'è nulla. Possiamo anche raccontare la vicenda più semplice del mondo, non importa cosa sia: ogni elemento deve mettersi al suo servizio per elevarla e renderla più forte. Se guardiamo i migliori film del cinema mondiale, notiamo questo.
Le trame di base in fondo sono molto semplici. Storie essenziali, ma supportate da una narrazione profonda. È una struttura molto viscerale, ed è una formula precisa. Sembra facile a parole, ma in realtà è una cosa complessa. I conflitti umani, del resto, sono universali.
Se provassimo a mettere nero su bianco tutti i conflitti possibili al mondo, ne verrebbero fuori appena sei o sette archetipi. Prendi la storia di Romeo e Giulietta: è la vicenda più narrata in assoluto, ed è il conflitto su cui è stato interamente modellato il nostro cinema classico (Yeşilçam). Possiamo raccontarla oggi, e potremo raccontarla ancora in futuro. Lo stesso vale per la storia del Conte di Montecristo...

Burak:
Sì, che continua ad avere un'infinità di nuove rivisitazioni.

Engin:
Esatto, tantissime. Però il punto non è ripetere la stessa identica cosa. La vera sfida sta nel declinare quella storia nel presente, nel 2026. Come viene vissuta oggi? Come la si racconta attraverso la sociologia contemporanea? Ha a che fare con l'umanità di oggi. Proprio così. Tra il mondo di dieci anni fa e quello attuale c'è un abisso enorme. Questo ovviamente sarebbe il tema per un altro tipo di riflessione, ma la verità è che ci troviamo tutti insieme in un'epoca di transizione. Stiamo vivendo questo passaggio epocale nel mondo e lo osserviamo quasi come fossimo spettatori. Abbiamo sperimentato di tutto: l'avvento dei computer, l'esplosione dei social media, la presenza delle macchine fotografiche integrate dietro ai nostri telefoni con cui scattiamo immagini continuamente.

Burak:
E ora è entrata in gioco anche l'intelligenza artificiale.

Engin:
L'intelligenza artificiale, esatto, alla fine siamo arrivati a questo; ma nel frattempo sono successe così tante cose e noi le abbiamo vissute e osservate tutte, una per una. Noi abbiamo memoria di un'epoca vissuta senza telefoni cellulari. Certo, avevamo il telefono fisso a casa, ma ricordiamo perfettamente il momento esatto in cui sono comparsi i primi cellulari.
A questo proposito ho un aneddoto... voglio dire, non ci si potrebbe scrivere un racconto su questo? Ecco a te lo spunto... Era il '92 o il '93, i cellulari erano appena arrivati in Turchia e un mio amico ne portò uno in classe. Non ho la minima idea di come se lo fosse procurato, ma lo portò a scuola. Era lungo così. Uno di quei modelli vecchi e giganti. Enormi. Va beh, ricordavo che esistessero i telefoni nelle automobili. E poi c'erano quei dispositivi per i messaggi... quegli aggeggi che si attaccavano alla vita, alla cintura.

Burak:
I cercapersone.

Engin:
Il cercapersone, ecco, perdonami! Ormai ne ho persino dimenticato il nome.

Burak:
Sì, ce lo eravamo dimenticati.

Engin:
Esatto, intendevo il cercapersone, quello per i messaggi.

Burak:
Ci ho dovuto pensare un attimo anch'io per farmelo venire in mente.

Engin:
Sì, il cercapersone che si agganciava alla cintura e via dicendo. Pensa a quanto tutto questo sia ormai "storia". Assurdo. Comunque, il mio amico mi fa: "Tieni, prova a chiamare a casa tua". Io prendo l'apparecchio, digito il numero e lui mi ferma: "Guarda che prima devi inserire il prefisso". Oggi è una cosa ovvia, ma all'epoca non avevamo quella consapevolezza. Così metto lo 0312 e il resto del numero. Mia madre risponde al telefono e io, per l'emozione, ho riagganciato subito senza riuscire a dire una parola. Davvero, giuro!

Burak:
Ci credo. C'era un tale effetto sorpresa, non te lo aspettavi.

Engin:
Esatto. E se guardi a quel percorso emotivo... da quel ragazzino che si emozionava a tal punto da non riuscire a parlare al telefono, oggi ti ritrovi a discutere di intelligenza artificiale. Siamo stati testimoni diretti di ogni singolo step di questa transizione. Ed è una questione di emozioni. Qualunque cosa facciamo, sia che parliamo di recitazione, di scrittura o della vita in generale,
possiamo davvero parlare facendo finta che tutto ciò non sia successo? Quell'episodio è successo nel 1992. Ma la vita vissuta nel '92 e la vita che viviamo oggi non sono la stessa cosa. E quando crei o scrivi qualcosa, non puoi prescindere da tutti questi cambiamenti. Per lo stesso motivo, non possiamo sapere dove si orienteranno la vita, il mondo e l'umanità tra vent'anni. Però dobbiamo immaginarlo. Dobbiamo pensarci e siamo chiamati a sviluppare dei concetti su questo futuro. Penso che la filosofia, la politica, i filosofi, i letterati, i registi, i cineasti e i narratori debbano dialogare e riflettere su questo. E non tanto per chiedersi genericamente "dove sta andando l'umanità?"... ma piuttosto "Dove arriveremo?". Perché non avevamo mai sperimentato nulla di simile prima d'ora. Ci troviamo immersi in qualcosa che non abbiamo mai vissuto. È come se fosse stato proiettato il film di un'evoluzione repentina, che sta procedendo a una velocità impressionante. Ricordo che dall'inizio del 1900 fino agli anni '80 i cambiamenti sono avvenuti poco alla volta: sono entrati nelle nostre vite i primi computer, che erano pesantissimi, sono stati scoperti i vaccini… Dal punto di vista tecnologico e medico sono stati inventati i macchinari per le radiografie, e così via. Ma si è trattato di scoperte spalmate su un arco di tempo molto lungo e diluito, specialmente dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel giro degli ultimi dieci o vent'anni, invece, le cose sono cambiate in modo talmente repentino che la nostra anima, che in fondo resta un'anima primitiva, non riesce ad adattarsi a questa velocità. Compie uno sforzo enorme per farlo, ma non riusciamo a stare al passo.

Burak:
Sviluppiamo continuamente nuove abitudini di vita, che poi finiscono per trasformarsi in vere e proprie dipendenze.

Engin:
Non riusciamo a stare al passo. Come dicevo prima, la nostra capacità di concentrazione, la nostra soglia di tolleranza e la nostra attitudine a stabilire una relazione profonda con le cose si sono ridotte drasticamente. E allora, prendiamoci il disturbo di riflettere su questo aspetto, cerchiamo di sviluppare una consapevolezza a riguardo.

Burak:
È un po' come se le nostre ansie ci facessero sentire così... però, abi, ormai viviamo dentro questa realtà.
Siamo stati in compagnia di Engin Akyürek: ha all'attivo tre libri, cura la pubblicazione di una rivista e lo conoscete tutti per i suoi film e le sue serie tv. È una persona di cuore, un vero amico, un ragazzo di Ankara genuino e alla mano. Per concludere, c'è qualcosa che è rimasto in sospeso o che ci tenevi ad aggiungere?

Engin:
Beh, abi... è stata davvero una bella chiacchierata. Abbiamo parlato di così tante cose che sicuramente, qua e là, qualcosa ci sarà sfuggito. Ma, tornando al tema da cui siamo partiti, quello del narratore, una cosa vorrei dirla alle persone che ci stanno ascoltando, ai nostri amici, alle persone a cui vogliamo bene: vorrei dire loro di avere cura di ciò che hanno da raccontare. Di custodire le proprie storie. So che questo è prezioso. Non vorrei che suonasse come una frase pretenziosa ma… Che scrivano, che condividano, o che semplicemente raccontino le loro storie nel corso di una conversazione, ciò che li farà stare bene, ciò che li renderà davvero ciò che sono, saranno le loro storie e ciò che avranno da raccontare. Che rimangano lì, custodite da qualche parte. Un giorno serviranno.

Burak:
Ti giuro che ho capito ancora una volta perché ti voglio bene. Ti bacio. E con questo salutiamo tutti gli ascoltatori di Anlatıcı.com. Siamo arrivati alla fine di un'altra chiacchierata. Vi abbraccio tutti con affetto. Spero che vi siate divertiti almeno quanto noi.


Con questa conversazione si conclude uno dei dialoghi più profondi e autentici che Engin Akyürek abbia condiviso negli ultimi anni. Ringraziamo Burak Tamdoğan e la rivista Anlatıcı per aver dato vita a un incontro capace di raccontare non solo l'attore e lo scrittore, ma anche l'uomo. Per noi è stato un privilegio poterlo tradurre e condividerlo con i lettori italiani.




Questo spazio nasce per custodire e tradurre in italiano interviste e testi di Engin Akyürek
Non per raccontare tutto, ma per scegliere ciò che merita di essere letto 💟

Commenti