SIS - NEBBIA

 

Illustrazione per il racconto "Sis" (Nebbia) di Engin Akyürek, pubblicato sul numero 66 della rivista Kafasına Göre. Mostra un anziano in poltrona e una citazione sul ritorno alle origini.


Racconto di Engin Akyürek dal n. 66 di Kafasına Göre
 - gennaio/febbraio 2026 -




Traduzione in italiano  


La coltre di nebbia che dipingeva le pareti filtrava dal punto più nascosto della finestra. Fuori c’era un’aria in attesa della pioggia. Le nuvole, salutandosi l’un l’altra, dipingevano il cielo di grigio e chiamavano la pioggia sussurrando tra loro.


L’odore della pioggia aveva iniziato ad arrivare prima della pioggia stessa. Quello che filtrava tra le fessure della finestra non era solo nebbia: un odore che annunciava la pioggia si era diffuso in tutta la casa. Hikmet Bey (il signor Hikmet, ndt), pur cercando di chiudere la finestra con forza, capì che andava cambiata: i bordi erano marci, le guarnizioni consumate, i telai si sbriciolavano come fuliggine.

Non aveva chiuso occhio per tutta la notte; d’altronde pensava che tre ore di sonno ininterrotto gli bastassero. Camminò verso il salone trascinando i piedi; non sapeva se preparare il tè o uscire a fare una passeggiata prima di colazione. Si lasciò cadere sulla poltrona con un sospiro. Sapeva sempre che ore fossero senza guardare l’orologio; si svegliava ogni giorno alla stessa ora, apriva gli occhi col sorgere del sole. Aspettò che l’orologio a cucù sulla parete cinguettasse, contando mentalmente all’indietro. Poiché le nuvole si erano schierate davanti al sole, non si capiva se il giorno fosse sorto.

Hikmet Bey aspettò che l’orologio a cucù suonasse, ma non sentendo alcun suono alzò la testa e lo guardò. Erano le quattro e mezza del mattino; significava che era riuscito a dormire circa un’ora. Il sole non era ancora sorto, l’aria grigia riflessa sui vetri della finestra aveva ammorbidito il cielo oscuro. Chiuse gli occhi dove si trovava, voleva dormire ancora un po’, ma nei suoi ottantacinque anni di vita non gli era mai capitato di dormire seduto.

Nonostante si svegliasse ogni giorno alla stessa ora, attribuì il risveglio anticipato di oggi al tempo nebbioso; voleva scacciare quel pensiero dalla testa il prima possibile. Perché si era alzato presto? Era malato? C’era qualche problema? Una volta catturato da queste domande, se le poneva quasi per torturarsi. Attribuiva tutto alla nebbia; a ottantacinque anni, alcune cose si potevano imparare e si poteva cambiare, anche se poco.

L’orologio a cucù sulla parete cantava sgradevolmente, annunciando che erano le cinque. Hikmet Bey si alzò bruscamente dalla poltrona come se avesse preso una decisione, si rase, indossò il suo abito stirato, si pettinò, si guardò allo specchio e, stampandosi un caldo sorriso sul volto, uscì di casa. Se qualcuno gli fosse venuto incontro chiedendogli dove stesse andando, non avrebbe avuto una risposta, ma i suoi piedi sapevano dove stavano andando. Camminò per un po’ nell’oscurità; a parte i fari delle auto che squarciavano la coltre di nebbia, un buio pesto si era abbattuto sulle strade. Alzò la mano verso un taxi che veniva da lontano, si stupì che si fermasse e, fendendo la nebbia, salì.

"Al terminal degli autobus."

Il tassista, portando lo specchietto retrovisore all’altezza degli occhi di Hikmet Bey, disse:

"Tutto bene, amca? (letteralmente zio, ma termine usato anche nei confronti di una persona più anziana, ndt). Dove si va?"

"Al paese..."

Il tassista parlava attraverso lo specchietto retrovisore, mentre il sole si mostrava nei punti in cui i fari dell'auto lo colpivano.

“E dov’è il tuo paese, amca?”

Hikmet Bey non sembrava ascoltarlo e parlava tra sé:

"È passato molto tempo dall’ultima volta che sono andato al paese."

"Quanti anni sono passati, amca?"

"Più di sessant’anni, non ci sono più tornato dopo il servizio militare."

“È un’eternità. Sarà cambiato tutto. Chissà se riuscirai a ricordarlo."

Hikmet Bey appoggiò la testa al vetro, scomparendo dallo specchietto del tassista. Non voleva parlare e lo dava a vedere, ma quella domanda lo aveva riportato indietro nel tempo, tra i ricordi in bianco e nero custoditi nella sua memoria. Il respiro profondo appannava il vetro e il sole sembrava non voler sorgere in alcun modo. Il tassista, adattando il tono della voce allo sguardo riflesso nel retrovisore, insistette:

“A che ora parte il tuo autobus, amca? Se vuoi posso andare un po’ più veloce.”

“Non ho ancora preso il biglietto. Lo comprerò quando arrivo.”

Ogni conversazione aperta dal tassista finiva prima di iniziare. Un anziano ottantenne saliva sul suo taxi all’alba, diceva di non tornare al suo paese da sessant’anni: con il suo portamento e i suoi modi, meritava di essere ascoltato, perchè prometteva materiale da raccontare con enfasi durante il giorno. Essendo un maestro nel manipolare la conversazione, il tassista cercava di calibrare la durata del viaggio in base alle risposte che riusciva ad ottenere.

"Hai figli?"

"Tre, due maschi e una femmina."

"Che Dio li protegga."

"Non li vedo da anni, una volta venivano per le feste, ma da tre o quattro anni, niente… non solo non li vedo e non li sento nemmeno."

“Ma come si fa, amca? Una persona non cerca i propri genitori? Non chiede di loro?"

Hikmet Bey era fuggito per anni da questo genere di conversazioni; normalmente avrebbe aggredito il tassista per una domanda simile, rinfacciandogli duramente la sua insolenza, ma ora sembrava esserci una sorta di rassegnazione nella sua anima, e una calma nel corpo che vi si adeguava.

"Non dire così, figliolo, alla tua età pronunciavo anch’io le stesse frasi.”

“Hai ragione, amca. Non bisogna parlare troppo presto. Anch’io ho due figli, per ora portano rispetto, cioè, guardandoli ora non riesco a immaginare una cosa del genere… ma come dici tu, tutto può succedere nella vita.”

“La loro madre è mancata un po’ presto, ho cercato di fare sia da madre che da padre, ma credo di non esserci riuscito."

Per il tassista, l’argomento era diventato qualcosa di più di una chiacchierata quotidiana così, come se stesse tendendo le corde allentate della sua voce, passò a un tono più serio.

"Amca, si vede che hai un tormento, posso fare qualcosa?"

"Figliolo, non farmi tribolare con l’autobus e altro, portami direttamente tu; ti darò i soldi per l’andata e il ritorno in contanti."

Il tassista, per capire la serietà di Hikmet Bey, si allungò all’indietro stendendo le braccia:

"Dove dobbiamo andare, amca?"

"A Bursa."

"Dista almeno trecento chilometri da qui, sei sicuro?"

Hikmet Bey mostrò la sua serietà tirando fuori una mazzetta di soldi dalla tasca interna.

"Va bene, amca. Mi paghi quando arriviamo. Se sei così deciso, non ti farò stancare con l’autobus."

Hikmet Bey abbandonò la testa contro il finestrino; la luce del giorno, che batteva sul vetro appannato, gli dava il senso dell’ora che fosse. Tutta la sua vita sembrava essersi compressa dentro quel taxi. I suoi occhi iniziarono a chiudersi lentamente; ogni cosa era in armonia con il rumore dell’asfalto. Non si sentiva più in un taxi, ma di fronte all’orologio a cucù, intento a decidere cosa fare.

Non voleva guardare le fotografie che affioravano dalla memoria a causa della domanda del tassista. Una volta arrivato al paese ne avrebbe visto le versioni a colori, infondendo vita a quelle immagini in bianco e nero della sua mente. Era consapevole di dormire; un dolore profondo, un odore pungente che faceva male, s'insinuava in ogni foto che vedeva. Dopo il servizio militare aveva giurato che non sarebbe mai più tornato in quel paese. Avrebbe studiato, si sarebbe affermato, avrebbe avuto molti soldi. E così fece: non vi tornò più, studiò, divenne un chirurgo stimato da tutti, guadagnò molto… Ma fu davvero felice? Visse davvero la vita che desiderava? Non riuscì mai a saperlo. Provava un rimpianto che non riusciva a definire, come se, potendo afferrare quel sentimento ignoto e potendogli dare un nome, ogni cosa avesse potuto finalmente trovare il suo posto. 

Dopo il militare, aveva risposto con il silenzio a ogni sguardo che lo umiliava. Il disprezzo della matrigna, la mancanza d’amore del padre… tutto questo avrebbe plasmato la sua intera esistenza. Non sarebbe mai stato come loro. Avrebbe risposto con la sua misericordia e la sua umanità a chi gli rinfacciava la sua condizione di orfano. La gente del paese, con i loro occhi malevoli, lo avrebbe guardato da lontano con invidia, e quando si fossero ammalati o fossero rimasti invalidi, avrebbero bussato alla sua porta. Non seppe mai se lo avessero guardato con invidia da lontano perché non aveva degnato d'uno sguardo nessuno di quelli che erano venuti dal paese per farsi curare... 

Anche se ricordava a se stesso in ogni momento che non sarebbe mai stato come suo padre, finì per avere sempre un rapporto distaccato con i suoi figli. L’uomo, dopotutto, torna sempre nel luogo da cui è fuggito. Aveva avuto un matrimonio felice, ma la morte prematura della moglie lo aveva spinto ad allontanarsi da tutto. Hikmet Bey aveva imparato ad amare grazie a lei; con la sua scomparsa, era come se tutto fosse precipitato nel vuoto, in un'assenza totale di gravità. Ogni cosa che prendeva in mano si trasformava in qualcosa di indefinito, e il vissuto di quel bambino di paese finiva per insinuarsi in ogni sua emozione. Era diventato un uomo irascibile, un padre incapace di mostrare affetto, un uomo che nascondeva le proprie debolezze e che aveva smarrito ogni senso di compassione. La vita umana era come girare all’interno di un cerchio: in un modo o nell’altro, si tornava sempre al punto di partenza.

Quando entrarono nei confini di Bursa, il tassista lo svegliò:

“Amca, siamo a Bursa. Che facciamo?”

Hikmet Bey parlò senza aprire gli occhi:

“Continua. Ti dico io dove girare.”

Presero strade secondarie, salirono colline, imboccarono una strada nel bosco. Hikmet Bey dava indicazioni senza staccare la testa dal finestrino.

“A destra… ora a sinistra… Va bene, entra qui.”

“Amca, hai una memoria incredibile. Sei sicuro di non esserci mai tornato?”

“Vai dritto. Sempre dritto.”

“Queste strade saranno cambiate mille volte. Complimenti se te le ricordi ancora.”

“Più avanti c’è una specie di piazza. Lasciami lì."

"Se mi avessi detto direttamente il nome della cittadina, non ti avrei fatto faticare."

Hikmet Bey tirò fuori il mazzetto di soldi e lo porse al tassista con un sorriso che sembrava scaldarsi sul suo volto.

“Grazie, figliolo."

“Amca, è troppo…”

“Buona giornata e torna con prudenza figliolo.”

Hikmet Bey camminò lentamente verso la piazza della cittadina; sembrava che nulla fosse cambiato, era la cittadina della sua infanzia.

Le nuvole non si erano affatto diradate; la coltre di nebbia calata sulle case si era ora estesa sopra la cittadina. Ogni luogo perdeva colore, come fotografie in bianco e nero che cercavano di sopravvivere nella sua memoria. I volti e i corpi delle persone si trasformavano in istantanee in bianco e nero.

Sembrava sapere dove andare. Accelerò il passo; camminava trascinando i piedi e non sentiva altro che il rumore prodotto dall’asfalto polveroso. Imboccò una strada alberata; le persone che gli passavano accanto sembravano cercare di arrivare in tempo da qualche parte.

Iniziò a camminare insieme alla folla, cercando di stare al loro passo. Sentì di essere stanco, era rimasto senza fiato. Quando la folla si fermò, si fermò anche lui; riprese fiato e fece un respiro profondo. Fissò lo sguardo su un unico punto e lesse ciò che era scritto sulla tavoletta di legno sopra una tomba appena scavata:

Hikmet Yılmaz Nascita 1940 - Morte 2025

Le preghiere dell’imam si mescolavano al rumore di picconi e badili. Hikmet Bey camminò con passi pesanti e si sedette sotto un platano; osservava i suoi compaesani che gettavano la terra. Si appoggiò bene al platano contro cui stava poggiando la schiena. Cercò di distinguere alcuni volti; vide i suoi figli e gli amici che non vedeva da anni. Sentì una voce inaspettata; qualcuno si appoggiò all’albero accanto a lui. Era un ragazzo giovane; lo salutò con il volto sorridente:

"Ciao."

"Ciao, figliolo."

Anche il ragazzo guardava la tomba più avanti, osservando le persone che piangevano. La gente iniziò a disperdersi lentamente; la coltre di nebbia scomparve. Il sole splendeva come se fosse appena sorto…



Engin Akyürek

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